Beato Angelico “Annunciazione” 1434 ca

Frate Giovanni da Fiesole, al secolo Guido di Pietro (Vicchio, 1395 circa – Roma, 18 febbraio 1455), detto il Beato Angelico o Fra’ Angelico – “Annunciazione” 1434 ca, tempera su tavola, Cortona, Museo diocesano.

L’immagine del padre domenicano evoca con tutta la sua sofisticata e al contempo semplice bellezza tutta la teologia legata al momento che ritrae: è l’attimo clou del passaggio dall’Antica alla Nuova Alleanza. Sullo sfondo vediamo la cacciata dei progenitori dall’Eden dopo il peccato, tuttavia, nonostante la drammaticità dell’evento sembra che costoro siano consapevoli anche della direzione in cui stanno andando, ovvero, verso il nuovo giardino in cui è ambientata la scena principale, e sembra che ne conoscano la portata: è proprio qui che avviene il momento cruciale della storia dell’Umanità, il “” di Maria, la quale non è sorpresa dalla notizia dell’angelo, ha il volto sereno, lo sguardo intriso di umile dolcezza, pienamente consapevole di essere la “serva del Signore” e che con il suo “sì” avrebbe dato inizio alla Nuova Alleanza, già perché Lei, l’unica concepita senza peccato, e soltanto Lei poteva essere la Madre di Dio.

La scenografia e gli abiti sono riccamente rifiniti, la tunica rosa intersecata d’oro dell’Arcangelo veste regale; i colori dell’abito di Maria perfetti nel simbolismo alchemico dell’epoca medievale (la tunica rossa – fuoco/terra materialità/umanità; il manto blu – aria/acqua ovvero spirito/maternità (“celestiale”), Maria infatti è “rivestita” di divinità). San Gabriele si scosta dall’iconografia classicista dell’angelo con ali bianche di colomba, presa in prestito dai geni alati del paganesimo (vedi ad esempio raffigurazioni di Eros del mondo ellenico), per offrirsi invece con ali multicolore, di pavone sembra, che lo arricchiscono di preziosità, proprio perché lui, il messaggero, deve portare un annuncio davvero unico.

Sul capo di Maria, la colomba simbolo dello Spirito Santo, pronta ad adagiarsi su di Lei e a fare di lei la Madre del Salvatore. Una chicca: Nel tondo in alto, inserito nell’architettura in perfetto stile quattrocentesco (quasi la si potrebbe erigere in tre dimensioni) l’immagine di un bassorilievo raffigurante il Padre in atteggiamento benedicente.

Con la pala si è conservata anche la predella originale, in larga parte ritenuta autografa del maestro. Vi sono raffigurate cinque scene della Vita della Vergine e, in corrispondenza dei pilastrini laterali della cornice, due scene della Leggenda di san Domenico (Nascita e Visione della Vergine che consegna a san Domenico l’abito domenicano).

Guardando la tempera dell’Angelico non si può non dire come a suo tempo affermava Michelangelo, che davvero il domenicano aveva prima di dipingere visione del Paradiso ed è proprio là che ha attinto perché sapeva la portata teologica che stava comunicando con le sue immagini, raramente nei suoi predecessori, contemporanei e successori vissuta proprio in questo senso. Gli altri hanno preferito prima anteporre la loro bravura prospettica (Donatello), le loro discutibili conoscenze gnostiche (Leonardo), l’indagine della “psicologia” della Vergine Maria (Antonello da Messina, Lorenzo Lotto e in epoca moderna Rossetti); l’Angelico invece ritrae l’Annunciazione non perché è bravo pittore (sebbene lo sia), non vuole sapere cosa pensava Maria in quel momento, ma perché “sente” quello che dipinge, “conosce” quello che deve trasmettere la sua immagine e a noi, che dopo 600 anni ammiriamo la sua opera viene spontaneo da dire insieme all’Arcangelo: “Ave o piena di Grazia!”