Scarpe strette

 Articolo di Pasqua 2016

Eppure non dovrebbe essere così, ma lo è perché quello che ho dentro non è un pezzo copiato da un sito internet o sentito su un tutorial, è la mia vita. Lo è da tanto tempo da troppo tempo. Dovrei metterci un “purtroppo” ma non ci sta neanche più quello perché è quotidiano, non “purtroppo”, “obbligatorio”, da accettare come il colore degli occhi o il numero di scarpe, non puoi pensare se non artificialmente di cambiarlo ma durerebbe poco per delle lenti a contatto e, sulle scarpe sul più grande puoi cavartela con una suola, se più piccolo? Ecco, io ho il piede troppo grande per una scarpa stretta che si chiama depressione. Ieri mi ha rovinato la giornata una tizia (o tizio), la parte di me rabbiosa è uscita e ho voglia di farmi del male e l’ho fatto, ma non è passato, non sto meglio, non so nemmeno io perché, forse codesto soggetto e i supporters che commentano e – peggio – incoraggiano direbbero che è invidia. No, io invidio le persone che danno qualcosa agli altri che fa crescere, che nutre, anima, cuore e cervello. Non invidio neppure “il coraggio” di mettersi a scrivere porcherie a 360°, il coraggio che invidio è quello degli ultimi che saranno i primi, quelli delle beatitudini di Matteo 5, non di chi – dicono i dottori per età – si crede di sapere tutto. Però io a 16 anni ho conosciuto il mio primo dolore, le mie prime ossessioni e l’ultima cosa che mi è passata per la testa era specularci sopra per la gloria … soprattutto fare del male ad altri simulando un vice versa in una “proiezione” psicologica. Fuggire lontano tra le braccia di un angelo in armatura era il mio obiettivo è il mio riparo. E lo è rimasto anche oggi, dopo 28 anni. Oggi nella gloria della giornata di Pasqua io sono triste, perché mi sento distrutta da una giornata che è stata “troppo” per me, dalla fatica della mia mente e provo dolore, perché vorrei far uscire qualcosa da me, nuovi capitoli dei miei libri, immagini … invece sento il vuoto e nella mia testa risuonano tre parole di merda scritte da qualche deficiente che non ha capito un cazzo. O ha capito quello che voleva, le classiche lucciole per lanterne. È difficile descrivere una sofferenza che ti dilania dentro, la voglia di piangere, la ricerca di abbracci di chi ti guarda e non capisce. La voglia di domandare aiuto: dimmi tu cosa c’è, io non lo so, vorrei addormentarmi e svegliarmi quando mi sentirò più serena, quando la rabbia sarà mutata in creatività, quando la voglia di morire sarà invece di vivere, e di risorgere, come Gesù. Ieri c’era la luce, oggi è buio.