ANTROPOLOGIA FILOSOFICA

di Paolo Cabolli

appunti prof. Tripodi

Parte storica e teoretica: vedere quale è stato il cammino dell’uomo durante i secoli per mettere a fuoco la propria identità.  

Dal 1600 circa il patrimonio raggiunto è stato dilapidato per dare spazio a teorie che sminuiscono identità e responsabilità dell’uomo. 

L’excursus storico permetterà di dare uno sguardo alla struttura teorica, all’incontro con l’Essere, che però non è qualcosa ma Qualcuno; alla conoscenza, non astratta ma amativa (Rosmini), che aiuta cioè a fare la verità che abbiamo conosciuto. Occorre sempre avere qualcosa da dire e da fare che sia conforme alla dignità umana poiché tutto ciò che non migliora l’uomo è indegno per chi lo trasmette e chi lo riceve. 

Rosmini e Sciacca hanno fatto i conti con la modernità (‘800 e ‘900) e hanno anticipato risposte ai problemi anche successivi. 

ROSMINI: nato a Rovereto nel 1797 – fondatore del’istituto della carità – modello di carità intellettuale – il suo sistema filosofico cerca di rispondere alla modernità, fatta di soggettivismo, di individualismo, soggetto di pura ragione che si è dimenticato la verità, l’intelligenza. Risponde in maniera oggettiva, per dare una consistenza ontologica a questo soggetto che ha perso la misura di sé stesso. 

– Pio VIII lo invita a scrivere: “E’ volontà di Dio che vi occupiate di scrivere – prendere gli uomini con la ragione e condurli alla religione. 

– Gregorio XVI lo definisce uomo di alto ed eminente ingegno. 

– Dopo la pubblicazione del “trattato della conoscenza morale” nel 1839, comincia la campagna di diffamazione (1840-43). Nel 1847 il papa gli impone il silenzio. 

– Altra campagna diffamatoria negli anni 1849-54 che porta due opere nell’indice dei libri proibiti. 

– Il decreto “Dimittantur” di Pio IX assolve Rosmini che muore un anno dopo (a Stresa nel ’55). 

– Il terzo attacco arriva nel 1888 quando, estrapolando 40 proposizioni della “Teosofia” e del “Vangelo secondo Giovanni” queste vengono denunciate al Santo Uffizio e condannate e proscritte post mortem perché non sembrano consone alla dottrina cattolica. 

-Edizione de “Le cinque piaghe”. 

-Nulla osta per la causa di beatificazione nel 1994. 

-La dottrina della congregazione della fede si pronuncia sul pensiero rosminiano. 

SCIACCA: Nato a Giarre nel 1908. Inizialmente rappresentante dell’idealismo soggettivo, parte dal problema esistenziale, antropologico e àncora il problema gnoseologico alla metafisica. Discepolo di Hegel; di Gentile che gli dà due opere rosminiane da recensire: in quattro anni, dopo contatti con studiosi rosminiani, lascia l’dealismo soggettivo, l’attualismo; si inoltra nello spiritualismo cristiano dell’epoca e approda alla filosofia dell’integralità, cioè dell’idealismo oggettivo.. La sua conversione avviene prima a livello filosofico e poi religioso: chi ricerca la verità, la trova. L’indifferenza è il grande problema di oggi. 

 L’antropologia filosofica rivela l’uomo a sé stesso e gli fa prendere coscienza delle proprie molteplici componenti e dimensioni. La creatura umana è un “io” unico e irripetibile che è sintesi di unità psico-fisica. La costituzione conciliare “Gaudium et spes” al n. 22 intitola: “Cristo l’uomo nuovo”, piccolo trattato di antropologia cristiana (Cristo, nuovo Adamo, rivelando il mistero del Padre svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa notare la sua altissima vocazione. Egli è l’immagine dell’invisibile Dio, egli è l’uomo perfetto che ha restituito ai figli di Adamo la somiglianza con Dio, resa deforme dal peccato. Con l’incarnazione il figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo (dimensione sogg.) ha pensato con mente d’uomo (ogg.), ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo. Il figlio di Dio ha amato me e ha sacrificato  stesso per me. Cristo infatti è morto per tutti). 

Quest’ultimo concetto è ripreso dal documento vaticano “Dominus Jesus” (Dichiarazione circa l’unicità e universalità salvifica di Gesù Cristo e della Chiesa). Nella enciclica “Fides et ratio” Giovanni Paolo II inizia dicendo che la fede e la ragione sono “le due ali” con le quali lo spirito umano si innalza verso la contemplazione della verità. Sempre Giovanni Paolo II scrive nel “Progetto di Dio, decalogo per il terzo millennio” che nell’ambito di un’Europa faro nella civilizzazione, l’uomo dovrebbe riconciliarsi con la creazione, con i suoi simili, con sé stesso (dispensa). L’enciclica “Evangelium vitae” sul valore della vita umana, al n. 2 recita: “Il vangelo dell’amore di Dio, il vangelo della dignità della persona e il vangelo della vita sono un unico e indivisibile vangelo. Infine nella lettera ai vescovi sulla collaborazione dell’uomo e della donna (cap. 2-9) troviamo i concetti: uomo immagine di Dio – differenza sessuale e aiuto vitale – peccato originale che altera il modo di vivere la relazione con Dio – carattere personale dell’essere umano –  uguale dignità delle persone che si realizza come complementarietà fisica, psicologica, deontologica – importanza e senso della differenza dei sessi – carattere sponsale del corpo. 

Ogni essere umano è chiamato ad essere filosofo e orienta la vita secondo le sue concezioni (Fides et ratio al n. 30). Ognuno di noi ha dei punti di riferimento per muoversi, navigare nel mare del mondo; in ognuno c’è un dinamismo che pone alla ricerca della verità, a livello naturale: riconoscimento del grado di ricerca, di essere degli enti (tutto ciò che è); ricerca della verità anche a livello soprannaturale. 

Considerazioni, vocabolario, problematiche generali: Se l’uomo elimina la razionalità, finisce per affidarsi al solo sentimento o all’istinto, opera al di sotto delle proprie potenzialitità e si perde per difetto (si considera meno di quello che è). Se l’uomo si affida alla sola ragione, alla sola riflessione argomentatrice, smarrisce la propria umanità, si perde per eccesso (si crede di più di quello che è – ad es. gli idealisti del soggettivismo: Hegel). Nel primo caso l’uomo si “relifica”, diventa cosa, opera alla cieca, nel materialismo; nel secondo si “deifica”, finisce per distruggere l’uomo, fa del proprio pensiero l’assoluto, nega l’identità psico-fisica, rifiuta di essere fondato dalla verità e che il suo pensiero trovi fondamento nella verità, non riconosce i due momenti del percorso conoscitivo cioè fondativo (intuitivo, intellettivo, la mente capace di pensare) e operativo (discorsivo, sul piano razionale). Attraverso la riflessione argomentatrice (pensiero) o attraverso il potere entificante della mente umana che riconosce il grado di essere degli enti, l’intero universo si pone in relazione al soggetto (relazione dialettica). L’intero universo in relazione alla mia mente si entifica, cioè la mente riconosce il grado di essere degli enti. Il potere entificante di Dio è assoluto, da cui deriva il potere della mente, relativo agli enti già esistenti, al loro grado di essere. Tutto l’universo è presente nella mente non realmente ma idealmente. Tutto ciò che è finito, è in relazione alla mente. Verità e falsità non appartengono agli enti  ma ai discorsi che l’uomo fa sulle cose. 

 Attraverso la riflessione argomentatrice (il potere entificante della mente umana), l’intero universo si pone in relazione al soggetto. Tutto ciò che è, è in relazione alla mente, è dialettico, e non è assoluto. E’ in relazione alla mente divina che crea ed è in relazione alla mente umana che co-crea, riconoscendo il grado di essere degli enti, facendo quest’opera di entificazione relativa (assoluta è di Dio). Non basta riconoscere: attraverso il rapporto con la volontà dell’uomo, l’intero universo si pone in relazione e diventa oggetto di desiderio;  emerge  l’azione dell’uomo che può essere buona o cattiva; se io rispetto il grado di essere degli enti faccio un’azione buona; al contrario, contribuisco a distruggere il grado di essere degli enti, il mondo. L’uomo ha la responsabilità del mondo perché attribuisce un valore alle cose; queste di volta in volta assumono prospettive diverse che l’uomo è in grado di valutare. 

Si distingue una conoscenza intuitiva e una discorsiva. 

Analogamente alle cose che conosce, l’uomo scopre le cose che non conosce e il suo cuore è irrequieto. La storia registra la progressiva scoperta della verità, che costruisce un sapere organico ma non compiuto una volta per tutte, perché è sempre gravido di nuove scoperte nel campo della verità. 

Uno sguardo retrospettivo del sapere filosofico permette di individuare un duplice percorso che vale sia per le epoche sia per i singoli: sistema della verità e sistema dell’errore (Rosmini). Il sistema della verità registra la progressiva scoperta della verità nel corso della storia. Il sistema dell’errore registra il progressivo allontanamento dalla verità. (I capostipiti delle due correnti: Socrate e i sofisti). 

(Le tre alterità(Sciacca): Universo, Uomini, Dio) 

Un uomo che non usa le sue facoltà entificanti è più facilmente manipolabile e cade spesso vittima di miti, o “dei terrigeni”. Arriva a non riconoscersi, cioè al nichilismo, alla negazione non tanto dell’essere ma del senso dell’esistenza. Se gli enti finiti non hanno una loro consistenza ontologica, diventa impossibile conoscere secondo verità, operare secondo il bene, dialogare secondo il bello.. Si precipita nel totalitarismo per il quale l’essere si riduce al fare, la verità si riduce all’opinione o all’utile, la virtù si riduce alla felicità del momento. Le conseguenze nichiliste portano al nulla di sostanza, al nulla di scienza, al nulla di morale (tutto è lecito). La “Fides et ratio” (n.90 e 52) mette in guardia contro il nichilismo e il fideismo (il rapporto con Dio manca nel primo e non è compiuto nel secondo). 

  Per risolvere i problemi delineati, occorre riproporre una metafisica dell’essere, nel suo rapporto mondo-Dio, finito-infinito. Si possono incontrare correnti metafisiche e correnti anti-metafisiche. Come pure metafisiche creazioniste e non creazioniste. Nella prima si utilizza il principio della Creazione, nella seconda non lo si utilizza, lo si considera principio finito, immanente. Nell’età classica le metafisiche non sono creazioniste ma ugualmente meritorie avendo cercato di indagare il principio. Via via si è passati dalla concezione di un Dio cosmologico a un Dio personale che ci permette di costruire una compiuta ontologia. 

UOMO GRECO: Dal VII sec. a.C. in Grecia l’uomo si fa problema a sé stesso e progressivamente scopre sé stesso, le varie prospettive del sapere, le varie dimensioni del fare. L’apporto fondamentale dell’uomo greco è la messa a fuoco della dimensione intellettuale, con la conseguente elaborazione di una nuova scienza che risponde al problema della identità, (chi sono), dell’origine, del fine. La metafisica ricerca il principio al di là del mondo, la filosofia ricerca il principio nel mondo (Rosmini), principio ideale e reale. Con la filosofia greca la ragione coglie la differenza tra natura e natura umana. Scopre la “dicibilità” dell’origine (rimane mistero ma pieno di luce). Scopre la ricchezza delle prospettive sull’essere. La filosofia diventa un insieme di saperi finalizzati al miglioramento dell’uomo: cultura come “paideia”, formazione totale, a tutto tondo, corpo e intelletto. L’uomo greco è contemplativo (interessato al sapere teoretico); è presbite, guarda da lontano (Sciacca); è interessato al problema della conoscenza della quale scopre il principio veritativo e la consistenza veritativa (l’uomo è capace di verità). Scopre la forza del pensiero come ricerca della verità e reca al patrimonio europeo la dimensione metafisica (Platone capostipite dei filosofi, contemplativo. Aristotele capostipite degli scienziati: definisce l’uomo animale razionale). La filosofia antica è intellettualistica (ricerca etica di Socrate), non ancora spirituale. E’ proprio dell’uomo greco il concetto di autonomia e di responsabilità (già in Omero): l’uomo non è principio di sé ma è principio delle proprie azioni. 

Dove invece la ricerca metafisica del principio non esiste, si cade nel livello orizzontale, immanente, per cui l’uomo diventa principio di sé (soggettivismo) e non è principio delle proprie azioni (ognuno è legge per sé stesso). L’eteronomia della legge è garanzia dell’autonomia della persona. L’autonomia dalla legge è il fondamento dell’autosufficienza della persona. L’autonomia crea l’uomo libero e responsabile. L’autosufficienza rende l’uomo irresponsabile. 

 L’essere nella forma ideale, reale, morale nella filosofia di Rosmini 

“L’idea dell’essere è la ragione ultima di ogni concetto. Contiene nel suo seno tutte le altre. E’ l’oggetto necessario del pensiero.  Rosmini la forza della verità – cap. I: autocomprensione di  

Differenza tra natura e natura umana – dicibilità dell’origine che non è tenebra ma luce – ricchezza delle prospettive del sapere – Orfici, pitagorici e il primato all’anima prigioniera del corpo – Socrate e il pensiero – Platone e l’uomo integrale – l’origine unica della realtà e il teismo. 

IL TEISMO ORIGINARIO: L’autocomprensione dell’uomo, la compiuta consapevolezza di sé, sono alla base del rapporto con l’assoluto-Dio, rivelatosi anche per via naturale. Il germe divino presente in ogni uomo rivela la struttura teistica, aperta alla rivelazione divina, di ogni mente umana; condizione per il pensare correttamente (secondo verità), agire rettamente (fare il bene), amare ordinatamente (rispettare il fine di ogni ente). Sciacca parla di sapere iniziale che si chiarisce poi in concetto. L’uomo deve andare a determinare questo essere, a riconoscere il grado di essere degli enti e risalire al sapere interiore originario, all’astrazione teosofica (Rosmini). L’amore alla sapienza per sé stessa consente la ricerca verso il trascendente. L’uomo non aspira solo a conoscere ma vuole amare ciò che conosce: conoscimento amativo. La persona umana è sintesi di un elemento soggettivo, la corporeità, e di un elemento oggettivo, l’intelligenza, che sono ragione e origine della sua azione morale nel mondo. Questa azione morale si esplica in una triplice direzione: verso l’intero universo (natura), nei confronti degli altri esseri umani (natura umana), nel rapporto con l’Assoluto/Dio, delineando: 1) l’organismo del sapere (insieme delle conoscenze), 2)le vicissitudini del fare (storia personale e sociale). Metafisica dell’oggetto e idealismo oggettivo concorrono in maniera determinante alla messa a fuoco della relazione Verità-mente e chiariscono la natura del “teismo”, ossia di quella concezione filosofica e dottrina religiosa che teorizzano la “naturale apertura dell’uomo a Dio” attestata proprio da quel “sapere interiore originario” che l’uomo greco ha iniziato a esaminare, sondare, sviscerare. Alla Verità intuita, infatti, è riconducibile il darsi della differenza metafisica tra la natura e la natura umana: la Verità fonda la mente dell’uomo, lo rende capace di ricerca del proprio principio. Il momento intuitivo della conoscenza è il momento fondativo della stessa, visione interiore della Verità, presa d’atto del teismo, distacco della natura umana, intelligente, dalla semplice natura. Il momento discorsivo della conoscenza è il momento operativo: pensa, ricerca, media ossia compie l’opera di entificazione relativa per riconoscere il grado di essere di sé e dell’universo e proiettarsi oltre sé e l’universo. La filosofia, dice Rosmini, comincia da un punto luminoso, presente all’intuizione senza nessun mediatore. Dal pensiero di Platone, Sciacca ricava che ogni conoscenza è vera in quanto è una verità dalla Verità, prima della ragione e del giudizio. La capacità metafisica dell’ente intelligente è all’origine dell’edificazione dell’universo del sapere; questo mondo non si comprende e non si governa senza l’altro mondo. Eros è testimone, a livello di narrazione mitica, del teismo che proietta l’uomo oltre sé stesso e l’universo. E’ il demone che ricorda all’anima umana il suo essere naturalmente filosofa, è amore della bellezza, è aspirazione di grado in grado al Bello, al Bene, all’Essere, che sfocierà nel cristiano amore dell’essere per l’Essere. Il “teismo” è garanzia di una visione compiuta dell’uomo ossia dell’autocomprensione di sé e della speranza di un futuro appagante. L’assoluto/Dio non è semplicemente il termine di una esigenza umana (esigenzialismo) perché nell’uomo è presente un oggetto d’intuizione che lo costituisce tale e del quale Dio, la Verità, l’Essere è il fine. Dio rimane peraltro “ab-solutus”, non dipendente dall’uomo e dalla sua esperienza nel mondo, che potrebbe portare dal teismo al deismo (e immanentismo) e all’ateismo.

Il teismo resta originario e il suo disconoscimento sorge in un secondo momento, quando alla “pietas” dell’apertura a Dio succede l’empietà del rifiuto del legame originario con Dio, rifiuto che ha come modello la tentazione dell’Eden e il tentativo di fare a meno di Dio.

L’UOMO ROMANO: sua caratteristica è la dimensione operativa. Egli è uomo prevalentemente pratico, interessato al problema del fare, impegnato nella politica. Vuole l’azione umana regolata da saldi principi ed elabora a tal fine un patrimonio legislativo nella dimensione del Diritto. Giustiniano, dal 527 al 529 organizza il “Corpus iuris civilis” cui farà seguito la raccolta dei “Digesta”. La filosofia greca è pur sempre presente nella mentalità operativa del mondo romano e da tale connubio nasce e si diffonde il Cristianesimo.

L’UOMO CRISTIANO: irrompe nella storia con una carica nuova, autentica speranza per il futuro. Fa tesoro del principio di creazione ed elabora una metafisica creazionista che gli proviene in gran parte dal mondo ebraico. Principio di tutto è un Dio che è anche persona, padre, provvidenza, amore. Egli porta a compimento la concezione cosmologica dell’Assoluto. Dalla metafisica naturalistica, cosmologica, intellettualistica degli antichi, la metafisica cristiana passa ad una metafisica antropologica (Essere-Principio creante), morale (interessata a come opera la persona), spiritualistica (dimensione spirituale come principio di unità psico-fisica). L’Uno-Dio è concepito ab-solutus, principio di sé sciolto dal mondo. Mondo e uomo sono altro, nei limiti della materia. Il limite è costitutivo ontologico di ogni essere e, come tale, né una deficienza né una imperfezione (Sciacca). I greci e Plotino in particolare, dicono invece che il finito è frutto di una caduta originaria, di un depotenziamento e l’Essere è necessitato a “emanare”, quindi a perdersi nel finito, compromesso dalla preesistenza della materia. Materia vista in chiave negativa dai greci e rivalutata dai cristiani. D’altra parte si consolida la differenza tra natura (del cosmo) e natura umana che permette all’uomo di farsi coocreatore nei confronti di ciò che gli sta intorno. La messa a fuoco della dimensione religiosa da parte dell’uomo cristiano configura la sua vocazione, contributo distintivo della cristianità all’identità europea.

L’UOMO EUROPEO: si caratterizza per lo spirito di sintesi. L’autocomprensione di sé raggiunge il proprio culmine nella vocazione metafisica, politica, religiosa. L’uomo europeo riconosce la ricchezza di tutto ciò che è, perché tutto concorre a costruire l’universo del sapere (dialettica integrale). La concezione unitaria e armonica dell’universo culmina nel concetto di “enciclopedia” (universo del sapere e universo del fare), risultante di una visione sintetica della realtà, idonea ad accogliere le progressive acquisizioni in ogni campo.

La laicità del sapere:nel 1200 S.Tommaso teorizza la non separazione tra cultura filosofica e teologica affermando che la Verità è luce alla ragione e la Rivelazione è luce alla fede. Si oppone così alla dottrina della doppia verità: La Verità è una o non è; molteplici sono le “prospettive” sulla Verità. Laicità della cultura e del sapere significa quindi loro libertà nella Verità. Se S.Tommaso ha contribuito alla nascita della coscienza laica, Giovanni Paolo II è il suo paladino: nella “Fides et ratio” dice che fede e ragione sono le due ali con le quali lo spirito umano si innalza verso la contemplazione della verità. Nel “discorso ai docenti universitari” dice che senza orientamento alla verità, la cultura è destinata a cadere nell’effimero. Una cultura senza verità non è una garanzia ma piuttosto un rischio per la libertà: “La fede non germoglia sulle ceneri della ragione. Occorre un umanesimo in cui l’orizzonte della scienza e quello della fede non appaiano più in conflitto”. L’assenza della Verità dall’orizzonte della ricerca è alla radice del laicismo che considera l’uomo nella dimensione esclusivamente terrena con conseguente secolarizzazione di Verità e valori. Il laicismo nasce in occidente con Averroè che teorizza la superiorità della ragione sulla fede (doppia verità).S.Tommaso invece coniuga laicità verso il mondo e religiosità verso Dio; per lui (e per noi) laicità è libertà nella verità.

L’uomo europeo tesaurizza l’insegnamento greco, romano, cristiano, perciò sa che in principio era il “logos”, non l’azione, la quale, senza il “logos”, è cieca. 

 L’uomo europeo compone armoniosamente il perché (Greci), il come (romani), il dove (cristiani) ossia il tema dell’origine, delle modalità operative, del fine. Dispone di una antropologia integrale. L’approfondimento implicherebbe la diffusione della cultura, il miglioramento della qualità della vita ecc.. Invece l’ UOMO MODERNO teorizza l’autosufficienza (versione moderna del laicismo) e la metafisica del soggetto; avvia e conduce a termine il percorso della dispersione della comprensione di sé; rinuncia a compiere l’opera di entificazione relativa, a prendersi cura del mondo e ritiene di dovere dominare la natura; infine Nietzsche completerà la frattura fra uomo e Dio, dichiarando la morte di Dio. Scienza e storia si sostituiscono alla metafisica che verrà estromessa. Il disconoscimento della dimensione teistica precipita la modernità nell’immanentismo che nega alla mente la Verità, alla volontà il Bene, al sentimento il Bello in quanto elementi trascendenti. Il laicismo regna sovrano sulla banalizzazione di libertà e tempo. Nella modernità affonda le radici la metafisica del soggetto: la verità è relativa alla mente umana, dipende da essa che riassume in sé ogni funzione (Kant). 

L’uomo moderno progressivamente si avvia a perdere la consapevolezza della propria dimensione del sapere e del principio di creazione. Si riduce alla dimensione orizzontale, prigioniero del mondo; lo stesso pensiero si ritiene e diviene incapace di cogliere la verità. Le conseguenze sono la negazione del male, della libertà, di Dio come principio ab-solutus. L’uomo si crede artefice della verità e l’azione si finalizza al qui ed ora, perdendo la consapevolezza del fine prossimo e remoto. Infine l’eliminazione di Dio ha una singolare scansione: 1517 la ribellione di Lutero contro la Chiesa; 1717 la Massoneria contro Cristo; 1917 rivoluzione leninista contro Dio. Kant proclama che l’Io è il legislatore del mondo, Hegel dice che l’Io è l’autore del mondo, Nietzsche che l’Io e Dio non esistono. L’UOMO NIETZSCHIANO infatti nega  l’oggettività della Verità e l’esistenza di Dio: se poi Dio non esiste, niente è vero e tutto è lecito. Lo storicismo approda al nichilismo che con la sua dialettica annientatrice insegna che l’umanesimo assoluto, che comporta la morte di Dio, si conquista al prezzo della morte dell’uomo. “Lo storicismo ci ha fabbricato una filosofia senza fondamenta, non costruita sull’essere, convinto che l’uomo vi facesse più bella figura che nel regno di Dio; l’esistenzialismo, suo figlio, ci ha dimostrato che quella casa poggiava sul nulla”(Sciacca). Il nichilismo nega l’essere cioè la sostanza (la realtà si riduce ad apparenza), nega la scienza (la verità si riduce a favola), nega la morale (il valore si riduce a immagine). Nietzsche non fa altro che prendere atto dell’avvento del nichilismo. In questo modo L’UOMO POST-NIETZSCHIANO si ritrova defraudato, s-fondato (privo di fondamento), s-paesato (privo di patria).  

L’uomo di domani dovrà recuperare la sua interezza e riconquistare sé stesso,  per non perdersi definitivamente.  

 LE DIALETTICHE RIDUTTIVE: Dialettica è l’arte del discorrere; implica il riferimento alla funzione logica della mente umana cioè all’arte del ragionamento; momento metodologico del ragionamento, regola a cui il ragionamento si ispira; procedimento atto a conseguire la conoscenza in ambito antropologico.  

In tale contesto, ogni affermazione che suoni riduttiva, unilaterale, parziale, frammentaria, tracotante… indica una dialettica della riduzione a… cioè della riduzione del tutto a una sua parte e la successiva assolutizzazione di questa. L’adozione delle dialettiche riduttive è riconducibile a una volontà riduttiva che prescinde dall’intero conosciuto. La volontà riduttiva, non riscontrabile nell’uomo greco e romano perché privi dell’interezza del conoscere, giunge, nel suo culmine, a teorizzare l’autosufficienza umana. (Per ovviare a questo pericolo è sufficiente la tensione all’unità, alla verità, ad una antropologia integrale nella dimensione reale dell’essere. Nella dimensione ideale dell’essere occorre la tensione all’impegno, nella dimensione morale la tensione all’agire). Le dialettiche riduttive comportano una visione parziale, frammentaria, di piatto moralismo, sganciato dal vero bene e autoreferenziato. Le dialettiche riduttive sono dialettiche della contrapposizione (aut aut). Invece l’essere ideale è dialettico, in relazione a tutte le sue forme. E’ in relazione alla mente divina, agli enti finiti, alle creature intelligenti. L’essere morale è la relazione esistente tra essere ideale ed essere reale; configura quindi il percorso storico compiuto dall’uomo. Il disconoscimento della dialetticità dell’essere ossia della legge del sintetismo delle forme dell’essere, della loro interdipendenza (Rosmini), provoca un’immagine deformata della realtà nella sua complessità. 

 COMPITO DELL’ANTROPOLOGIA FILOSOFICA: è quello di cogliere e di pensare radicalmente l’uomo nella sua interezza (Coret). Si parla più volte di un sapere preliminare circa ciò che si chiede. Si individua come componente costitutiva dell’essere umano la presenza della verità alla mente (Teismo originario). Fino al 1700 lo studio dell’uomo era chiamato psicologia. Wolf fu il primo a distinguere l’aspetto sperimentale da quello metafisico e chiamò psicologia empirica quella che procede a posteriori sulla base dell’osservazione dei fenomeni e psicologia razionale quella che procede a priori cioè dai principi metafisici, di tipo deduttivo-riflessivo. Il termine antropologia risale a Casmann con la sua “psicologia antropologica” e a Kant che definì l’antropologia una dottrina della scienza dell’uomo ordinata sistematicamente. Oggi distinguiamo l’antropologia fisica, culturale, filosofica (che si interessa all’individuazione dei principi ultimi che fondano la persona umana e alla costituzione ontologica della natura umana). Tante altre scienze si interessano all’uomo e possono offrire spunti di riflessione. L’antropologia filosofica deve peraltro ricordare a queste scienze che l’uomo ha una struttura psico-fisica inscindibile e deve essere rispettato in quanto tale.