Nel dì del mio genetliaco

Domenica scorsa ho compiuto gli anni. Non si dicono, lo sappiamo, ma si conoscono, soprattutto se si va a sbirciare la mia biografia e si scopre facilmente il mio anno di nascita.

Qualche giorno fa, la triste notizia della morte del leader dei Linkin Park ha scaturito, come sempre quando avviene così, una serie di reazioni dal mondo dei social media e, ovviamente, una serie di giudizi e conclusioni spesso troppo superficiali e decisamente ipercritici.

Devo essere sincera, io conoscevo un paio di loro canzoni ma nulla di più, poi mio marito mi disse che aveva dei figli, una famiglia e apparentemente nulla di cui lamentarsi. Intendiamoci, lui lo fece con spirito di compassione, perché da attento amante della musica, troppo spesso ha letto notizie così tristi e sconcertanti. Su di me ebbe lo stesso effetto la morte dell’attore Robin Williams, sul quale si dissero cose terrificanti, che andarono a coprire sia l’eredità di un grande artista che la pietà per un uomo disperato e … malato.

Ecco che veniamo alle mie riflessioni personali.

Ho mai pensato al suicidio? Sì.

L’ho preso in considerazione almeno una volta? Sì.

Ho mai tentato di metterlo realmente in pratica? No. O meglio, c’è stata una sola volta che, presa dalla disperazione ho voluto andarci vicino, ma la mia è stata una richiesta d’aiuto, decisamente disperata e, ovviamente, da non ripetere. Anche perché non ha sortito gli effetti sperati, al contrario.

Così, tra i messaggi e le chiamate d’auguri del 23 luglio scorso, una mi ha lasciata davvero basita e il fatto che sia stata troncata dal vomito del figlio di chi chiamava ha dato un senso al tutto: una chiamata con quei contenuti, con quelle gaffes non poteva  non finire in vomito.

Anni fa, avrei sclerato con questa persona, l’avrei bloccata, rimossa, avrei sicuramente avuto una reazione violenta e definitiva, perché con poche frasi aveva violato il mio decalogo personale e in nome di una coerenza che per me è certificata follia, dovevo punirla. Ovviamente, di seguito avrei punito me stessa con la consueta stesura di unghie sulla faccia. “A ‘sto giro no”, come si diceva ai miei tempi. Ho solo pensato, e detto a mio marito che era a fianco a me: “che riga di figure di merda in un’unica telefonata”… e tutto questo mi ha indotto a riflettere e al solo desiderio di far capire ad una persona cui voglio bene, perché la conosco da quando avevamo otto anni, perché in tempi non sospetti siamo state intime amiche (…un momento, non così intime, quelle persone che si confidano le cose più profonde della propria anima), perché al funerale del padre, invece delle prime file in chiesa ha preferito la mia nicchia dove mi nascondevo sempre per gestire l’inevitabile attacco di panico, quello vero, quello che sempre mi arriva in chiesa (forse sono solo posseduta da qualche demone, in quel caso chiamate i Winchester, grazie), o più probabilmente perché eventi di questo tipo scatenano in me ricordi e incontri ai quali preferirei di gran lunga un attacco di colite dei miei, di quelli da oscar come attrice protagonista erede di Katrina Ke Te Purgen in “Una notte sul vaso”.

In me è scattata la voglia di raccontarmi, non è salito il crimine, come una volta e di far capire una volta per tutte due cose fondamentali della mia vita, anzi tre:

  1. Non sono mai stata né mai sarò come mia nonna Cristina.
  2. La depressione maggiore è una malattia vera e reale.
  3. Sono cambiata, soprattutto negli ultimi 10 anni, decisamente negli ultimi 5, irriconoscibilmente negli ultimi 2.

Aggiungerei un quarto punto che lavorare nell’arte, soprattutto nella scrittura, ma anche nella pittura è un lavoro, uno di quelli che in certi casi ti spacca pure la schiena (la gente sottovaluta sempre il dolore cervicale), di quelli sottopagati (o non pagati affatto) e di appagante c’è qualche rara ma meravigliosa soddisfazione che qualche santo sceso in terra ti offre apprezzando quello che fai.

Sentirmi dire che non ho una malattia vera come un tumore un pochino mi ha fatto salire il crimine, lo confesso. Otto persone di una commissione, tutti medici e solo un’assistente sanitaria (sempre nel ramo) hanno stabilito alla prima visita che io sono invalida all’85% per una patologia tale che non mi permette neanche di essere inclusa nelle liste di collocamento mirato e che mi concede uno stato di handicap nel gradino subito sotto quello più grave di chi ha menomazioni fisiche.

Tutto questo mi dice che la mia è una malattia vera. Che genera altre malattie vere, altre patologie vere, di varia natura, perché questo tipo di patologia non lo risolvi con due pastigliette e tre mesi di sedute. Non più. Il gennaio scorso sono stati 10 anni dal primo adp; ma io non ho solo quello. La mia malattia “falsa” è come una ferita di guerra, con tanto di cicatrice, dolore e ripercussioni dappertutto, dall’intestino, alla colonna vertebrale, alla memoria, ai disturbi dell’alimentazione … è un cancro dell’anima. Ma non c’è chemio che funzioni. Superata una certa soglia diventa cronica e tutto quello che si può fare è imparare a conviverci, godere di piccoli risultati momentanei che, spesso, chiedono il conto finita l’adrenalina o l’effetto del Bromazepam.

Lo dissi già altre volte, sarò fraintesa, ma mio padre è morto di cancro a 53 anni, mia nonna materna (già perché ho avuto anche quella e ne porto pure il nome in uno dei tre) a 63, mia madre è stata operata 12 anni fa ed è guarita da un cancro al seno, quindi, SO cosa voglia dire eppure, spesso, proprio alla luce di questo assurdo pregiudizio, ho invidiato i malati di cancro, ho desiderato avere una malattia vera così la gente che mi ha giudicata e fatta ammalare, mi avrebbe compatita, non sottovalutata, criticata o addirittura derisa.

Santa Teresina del bambin Gesù diceva qualcosa tipo “Bisogna avere viaggiato sotto questo buio tunnel per comprenderne l’oscurità” [cit. Storia di un’anima, 1895] ed io mi auguro che nessuno lo debba affrontare, ma che le persone possano aprire il cuore per capire che non ci sono malattie “vere” o “false”, solo in base alla quantità di esami diagnostici o alla percentuale di mortalità; esistono malattie che rendono fragile corpo e/o mente e possono portare tutte alla morte, così come con la scienza e con la speranza, possono essere guarite o almeno attutite e rese vivibili.

Affermare che la depressione è una malattia “falsa”, un capriccio, alla stregua delle malattie vere, somiglia all’ignoranza con cui una cosa viene sminuita mettendola in relazione ad un’altra abnorme e di tutt’altra specie. Questo genera reazioni come la decisione di Robin Williams o Chester Bennington, sicché poi quella persona fa un gesto definitivo e viene giudicato o (finalmente) compatito, difficilmente capito. Perché il detto genovese (che cito in italiano) “da piccoli sono tutti belli, da morti son tutti bravi”, per chi decide di farla finita non va bene. Eppure era malato, ma la sua non era una malattia vera, solo una malattia mortale per la quale ci si auto – infligge una personale e terrificante eutanasia (tanto invocata per i veri malati).

Questo non vuole essere un giudizio alle scelte altrui, vuole essere un monito per le parole altrui, in un tempo in cui ne uccide più la penna che la spada, in cui il bullismo e il cyberbullismo diventano serie Netflix di successo forse non troppo capite.

Le parole possono guarire? Sì. Se sono di conforto, d’amore o terapeutiche. Ma sono poche le persone in grado di usarle in questo modo.

Le parole possono uccidere? Sì. Qui tutti siamo potenziali assassini.

L.A.

P.S. Tornando alla telefonata, dire che mia nonna paterna fosse longeva quando è morta a 83 anni di Alzheimer (di cui ne soffriva da 6/7 anni), non è stato felice, soprattutto alla luce del fatto che mia madre ha 78 anni. Con un sorriso e un ringraziamento al vomito di un bambino!