Da 29 anni 29 settembre “S.S. Michele, Gabriele e Raffaele arcangeli”

In ventinove anni, ho dedicato a san Michele arcangelo molte cose. Con l’avvento dei social “gli eventi” si sono moltiplicati e hanno avuto ogni anno uno spazio differente (spesso cancellato da fastidiosi e pesanti rewind e restart …) ma per “lui” ci sono sempre stata. La fede e l’affetto m’impongono di dire che anche Lui c’è stato sempre per me, anche quelle volte in cui non l’ho sentito. Altrettanto una certa cultura bacchettona di cui io ho anche un Magistero pur in disaccordo con molte delle teorie (mi scomunicheranno) direbbe che trattare un santo, un angelo come se fosse Dio non va bene … ma non è il mio caso. Il mio rapporto fedele-divinità con Michele è quello che può chiamarsi amicizia, per un ateo “immaginaria” ma non per questo non edificante. D’altra parte parlo pure con Javier e parlavo con Sebastian; quindi, perché non avere qualcosa di trascendente, che non supera l’amore di una fede ormai poco praticata ma non meno sentita, perché perdere un amico spesso unico ascoltatore di una muta e disperata morte interiore.

Oggi, 29 settembre senza cantare la canzone che oggi compie 50 anni, vorrei dedicare “al mio Michele” un lato della mia arte non ancora utilizzato per la sua ricorrenza: la narrativa.

E c’è un libro, un corto scritto nel 1998 e diciamolo, decisamente profetico: ‘”L’ARCANGELO”.

Chiedo venia per i refusi.

L’ARCANGELO (1998)

CAPITOLO 1

 

É uno di quei sogni che si fanno quando è troppo caldo, oppure alla sera si è
mangiata l’impepata di cozze, seguita dalla moussaka, tiramisù, budino,
banane e lamponi, caffè corretto, ammazza caffè e insomma ci si sente un tantino pesanti.

Quel giorno avevo finito di leggere un articolo sugli angeli, avevo incorniciato un quadro con San Michele e litigato con Paolo a proposito di mia nipote Angelica.

Dopo suddetta cenetta leggera – leggera, la lite, il caldo, sono crollata nel letto e anche se ciò può risultare quantomeno strano, mi sono addormentata.

Il mio sogno, o meglio ciò che di esso ricordo, è iniziato con un’immagine di un ragazzo con i capelli mossi, lunghi quanto basta per toccargli le spalle, alto, forse di un “formato” maggiore rispetto a quello che è comunemente l’altezza di un uomo, seduto su una spiaggia dalla sabbia bianchissima tanto da sembrare neve, o sale o polvere di marmo. Dietro dì lui una bellissima pineta, davanti a lui nell’acqua trasparente una serie di immagini come se fossero dei monitor. Il suo sguardo era concentrato su di una fanciulla seduta su un letto, con i capelli castani chiari e gli occhi verdi, il taglio di quegli occhi mi ricordava moltissimo quelli di Paolo, anche se l’impostazione del corpo e i lineamenti del viso sembravano un incrocio tra me e mia sorella.

Mi incuriosii, tanto quanto questo possa accadere a uno che sogna, ma l’immagine tornò sul giovane di prima, questa volta vidi il volto, quegli occhi scuri meravigliosamente profondi erano assorti in un pensiero tanto forte da sembrare un grido.

Dietro di lui apparve, provenendo dalla pineta, un giovane, più piccolo di statura, questo sembrava avere le dimensioni reali di un uomo sul metro e ottanta, corporatura normale, con gli occhi cerulei e i capelli castani, ma … è mio padre, sì sono sicura che si tratta di lui così come era

quando si sposò con mia madre e indosso ha quella maglietta verde mela
che ancora conservo come un feticcio con la quale, alcune volte, l’ho sognato.
È la prima volta però che lo vedo con l’aspetto giovane, io l’ho sempre
ricordato così come era quando ancora il cancro non lo aveva colpito…

Mio padre sì avvicinò al giovane alto e disse:

«A chi tocca, a te o a me?»

«Non è ancora il momento»

«Michele,» forse nel sonno ebbi un sussulto al sentir pronunciare quel nome «lei ti ha sempre amato, è lei che mi ha affidato a te nel trapasso, tu hai accompagnato tutti coloro che lei amava, non puoi lasciarla morire così, non puoi darle la condanna più crudele che lei possa concepire, mutale la malattia se non puoi guarirla, non renderla cieca, lei si ucciderà!»

«Non dipende da me Lorenzo, tu lo sai bene, io l’amo, e sento da cinquanta degli anni terreni il suo amore per me. L’Altissimo la ama, ma ha deciso così, e io ne ignoro le cause, sì anche io non so che cosa fare»

In quel momento sopraggiunse un alto giovane dalle dimensioni ingrandite, bello, come poteva essere Michele, ma sul suo volto c’era come una velatura che ne faceva comprendere l’oscurità, subito disse:

«Lo sai, che se si uccide potrei essere io ad andare a prenderla»

«Non lo credo» lo interruppe Michele «lo sai bene che non è sempre così, lei stessa mi ha raccomandato alcune anime che avevano usato il libero arbitrio troppo istintivamente, e Dio ha concesso loro la redenzione»

«Sì, ma il tuo Altissimo, questa volta ha tirato un po’ la corda nei

confronti della tua amica. Sarà forse perché lei, comunque, in tutta la vita ha portato più rispetto a te che a lui?»

«Non bestemmiare, tocca sempre a me correggerti Lucifero! Se stai cercando un’occasione per mettere in dubbio l’amore di Dio, hai sbagliato
posto»

«Allora, se non è come dico io, affronta la situazione e salvala. Ma tu stesso, non le tue preghiere, poiché io le sto causando cecità!»

Michele comprese che il suo rivale di sempre lo stava stuzzicando, c’era un piano nella sua mente che lo portava a mettersi alla prova, a perdere la sua invulnerabilità di arcangelo, per diventare uomo, con i suoi rischi e le sue debolezze.

«Dove sta la fregatura,» riprese Michele «dove vuoi arrivare?»

«Molti angeli divengono umani per aiutare gli uomini, pure molti diavoli per fare il contrario, io voglio che tu, l’arcangelo Michele, scenda una volta tanto dalla tua “nuvola” inaccessibile e che provi, almeno una volta nella eternità a scontrarti realmente con i problemi di quel mondo che guardi da questo paradiso!»

«Ma io non posso…»

«Sì che puoi,» intervenne mio padre «abbi il coraggio, a te non manca, affronta la provocazione, tu ce la farai!»

«Lorenzo, non capisci, lui vuole scontrarsi con me in un terreno a lui favorevole» ribatté Michele.

«E tu hai paura!» concluse Lucifero, e poi scomparve.

«Vai» riprese mio padre «se non lo fai, vincerà lui comunque, e mia figlia si ucciderà perché perderà completamente la vista»

Michele sospirò, poi l’immagine del mio sogno si spostò altrove. Da tutto quello che vidi compresi che ci trovavamo nel mio futuro, io avevo sessantacinque anni, “mo’ me li gioco al lotto” pensai nel dormiveglia, ero sposata con Paolo (e lì forse stava la disgrazia!) e avevamo avuto una figlia, che aveva ventotto anni, che si chiamava Beatrice. Verso la cinquantina l’arte mi aveva dato delle soddisfazioni, vivevamo in una bella casetta in Riviera, che Paolo ed io ci eravamo sudati, ma io stavo gradatamente e velocemente perdendo sempre di più la vista. É vero io ho sempre pensato che la vecchiaia poteva darmi tante magagne, ma non avrei mai accettato di perdere la possibilità di guardare i miei quadri, di non poter più fare fotografie, e non poter più vedere le persone che amo.

Mia madre era morta anni prima, alla veneranda età di novantaquattro anni, nel suo letto, come aveva sempre voluto, fortunatamente non colpita da morbi logoranti per il cervello come temeva le succedesse. Mia sorella e la sua famiglia si erano trasferiti a Firenze, per via di mio cognato, ora si godevano la meritata pensione e nipoti, sì perché i loro figli, Angelica e Lorenzo erano sposati e avevano avuto dei figli a loro volta.

Prima di perdere completamente la vista, avevo espresso il desiderio di rivedere la città che sempre avevo portato nel cuore, non che non succedesse mai, ma dentro di me anziana serbavo l’intenzione di morire proprio a Firenze e avrei lasciato disposizione di essere seppellita nel cimitero di San Miniato a Monte.

CAPITOLO 2

 

Mi girai e rigirai nel letto, il sogno mi inquietava realmente, fino a che non vidi l’immagine di una chiesa a me famigliare: San Michele di Fiorino, sulle alture di Genova.

Chiesa a navata unica, vecchia, più che antica, non è quel che si può definire
un capolavoro dell’arte ma io ne sono affezionata poiché è dedicata a
Michele, se non si fosse capito.

Un violento botto si udì nella chiesa, ma nessuno dei paesani si accorse di nulla, Michele, rimpicciolito a misure umane, sì ritrovò per terra al centro della navata, impolverato come se fosse arrivato da una vecchia soffitta, accanto a lui una valigia piuttosto voluminosa. Appena capì un po’ la situazione, l’arcangelo provò la prima delle sue sensazioni umane: l’angoscia. Ma una voce gli parlò.

«Ciao Michele, sono Gabriele, puoi avvertire la mia voce?»

«Gabriele»

«Sì l’Altissimo mi ha incaricato di esserti da tramite per comunicare con lui. Ora tu sei un umano, ma ogni qual volta che vorrai parlare con me, cerca la

mia immagine dipinta se vorrai parlare con l’Onnipotente, cerca un quadro che ti raffiguri, oppure una statua»

«Ma perché proprio una mia immagine da arcangelo?»

«Perché solo una volta nella tua vita di uomo ti sarà concesso di parlare con Dio»

«E con te?»

«Con me sempre, a meno che …ma potrebbe anche non succedere perciò, è meglio che io non ti dica altro»

Gabriele spiegò al “collega” quale era la sua situazione ora che era umano, possedeva una casetta, aveva dei documenti che lo identificavano come Michele De Angeli, a lui era rimasta la sua cultura di arcangelo, quindi la consapevolezza dei fatti storici di tutto il mondo, la conoscenza delle lingue, della teologia eccetera.

Tutto questo permise a Michele di trovarsi un lavoro nel campo del turismo e dell’arte, e di ritrovarsi molto presto vicino a me, poiché fu scelto come accompagnatore della nostra famiglia a Firenze. Così Paolo aveva voluto, decidemmo di utilizzare un viaggio organizzato, anche se poi ci avrebbe ospitato mia sorella, questo perché forse il destino, forse qualcosa di particolare impose che io e Michele dovevamo incontrarci.

Era mattina presto, quando Beatrice si alzò, ancora doveva terminare le valige. Paolo era agitato, gli spiaceva partire, ma sapeva che per me era qualcosa di importante, forse nel suo cuore sapeva che cosa stava accadendo alla mia anima.

Quando giungemmo al pullman sfioravamo il ritardo, colpa di Beatrice, sempre all’ultimo momento. Io camminavo lentamente e quel poco di vista che mi era rimasto mi aiutava a malapena a non andare a sbattere. Ombre, sfuocate, impalpabili, ormai era questo che i miei occhi riuscivano ancora a vedere…

Sentii il commento di Beatrice in proposito:

«Ammazza, che bello!»

«Chi o che cosa è così bello, Beatrice?» le chiesi.

«Il nostro accompagnatore, mamma!»

«Ah se potessi vederlo!»

«Non ti perdi nulla» intervenne Paolo «ero molto meglio io alla sua età!»

«Papà, tu sei sempre il solito! Ce ne fosse uno che ti andasse a genio!»
Michele si avvicinò a noi e, sbrigate le formalità, mi porse la mano per aiutarmi a salire sul pullman. La sua gentilezza nei miei confronti suscitò perfino la gelosia di Paolo:

«Mmm, vi conoscete?»

«Suvvia Paolo, potrebbe essere mio figlio! Tuttavia, la sua voce ha un non so che di famigliare, il suo profumo mi ricorda … mah, forse sarà figlio di qualcuno che conosciamo»

Non diedi peso alla mia curiosità, mia figlia invece durante tutto il viaggio sfogo la sua voglia di conoscere quel ragazzo che aveva così bene notato.

Michele provava un certo disagio a parlare con lei, tante volte lei aveva parlato con lui, ma lo ignorava, e lui iniziava a provare delle sensazioni differenti da quelle che le loro conversazioni celesti gli avevano provocato prima di diventare umano e pensava:

«Che strano, lei ed io non abbiamo mai disquisito di lavoro, di arte, di cultura, sua madre le ha tramandato la nostra amicizia, ma anche il limite che questa ha. Sempre lacrime, poca gioia…preghiera…invece, quanto è
bello parlare di tutto, anche delle cose semplici»

«È tanto tempo che fai questo lavoro?» chiese Beatrice.

«No, e da poco … almeno qui!»

«Sai, anche a me piacerebbe fare il tuo lavoro, mia madre si può dire che sia un’artista quasi a 360 gradi, io non so manco tenere una matita in mano, ma adoro la storia dell’arte, e poi so le lingue, mio padre mi ha imposto di studiarle fin da  bambina, e tre mesi fa, mi sono laureata  in lingue orientali»

Michele le abbozzò qualcosa in giapponese, e Beatrice, fiera gli rispose. Eh già, Paolo aveva voluto per lei ciò che per noi era stato difficile, inglese e francese le imparò già da piccola, poi imparò il tedesco e lo spagnolo, ma la sua grande passione era sempre stato l’oriente, così decise di scegliere come indirizzo universitario le lingue orientali, il giapponese su tutte, lo, dal mio canto non potevo sperare di meglio per lei, anche perché da me poco aveva preso, meglio per lei!

CAPITOLO 3

Erano ormai passate tre settimane dal nostro arrivo a Firenze, Michele e Beatrice si frequentavano da allora, lei era entusiasta del suo nuovo amico, lui provava cose nuove a lui totalmente estranee nella sua condizione di arcangelo.

La mia vista andava lentamente peggiorando, e si stava avvicinando per me Fora della dipartita.

Beatrice accompagnava Michele con i turisti e un giorno agli Uffizi, davanti al Tondo Doni, scoppiò in lacrime:

«Cosa succede?» le chiese Michele «ti stai facendo prendere dalla sindrome di Stendhal?»

«No, pensavo a mia madre che tanto amava questi capolavori e non li vedrà più»

«Ascolta, Beatrice, io forse conosco un sistema per farle riacquistare una parte di
vista»

«Sì, il laser, non le fa niente»

«Questa volta funzionerà… fidati di me, conosco un ottimo oculista qui all’ospedale
di Firenze, che cura da sempre le malattie dei bambini, ciechi dalla nascita»

«E’ un tuo amico?»

«In un certo senso sì, si chiama Michelangelo Baroni»

«Sei sicuro che possa fare qualcosa per mia mamma?»

«Ne sono certo, come è vero che ti sono davanti»

Michelangelo Baroni era figlio di una ragazza madre, entrata poi in un ordine di suore missionarie, costola di una missione maschile dedicata proprio a San Michele, Intento, infatti, di tale novello ordine (si era costituito nei primi anni del secondo millennio), era di “combattere la fame nel mondo, con i fatti e il nome di Dio”, per questo motivo la scelta di San Michele. La madre dell’oculista era a sua volta medico, e molto religiosa, quasi a sfiorare il fanatismo, e aveva tramandato al figlio alcune delle sue manie, aiutando in parte la sua spiccante omosessualità; forse anche grazie a questa, Michelangelo amava gli angeli, e per Michele aveva una passione….

Così Beatrice mi propose di tentare anche questa operazione, Paolo, che credevo si opponesse, per non sottopormi ad un’altra delusione, invece insistette affinché io ci provassi, intanto Michele andò a parlare con il Dott. Baroni:

«Eppure io sono convinto di conoscerla bene signor De Angeli»

«Mi creda, la sua fama dottore, è universalmente conosciuta, so che si occupa principalmente di infanti, ma questa volta può fare un’eccezione!»

«Certo, io non rifiuto mai l’occasione di mettermi alla prova e di aiutare la gente»

«La aiuterò io dottore!»  intervenne un infermiere, ma quando Michele si voltò per vedere da chi provenisse una simile offerta, si accorse che non era il solo ad avere assunto sembianze umane per quello scopo: Lucifero aveva deciso di mettersi in mezzo.

«No» intervenne Michele «vorrei assistere io»

«Ma perché, lei non è infermiere!»  replicò Baroni.

«Appunto,» aggiunse Lucifero «non sarebbe che di impiccio»

«Insisto!» sentenziò secco l’arcangelo.

«Non è possibile!» l’arcidiavolo non si dava per vinto.

«Lei non è un infermiere adatto!» continuò Michele.

«Come no» intervenne il dottore «Lucio è un bravissimo!»

«Ho detto no, lui non la deve toccare!» interruppe Michele,

«Ma perché, lei ostacola la medicina, quando si ha occasione di aiutare qualcuno»

«Adesso basta, tu la devi smettere con le tue moine insulse!»

Michele si stava irritando, Baroni era basito davanti a loro e non osava fiatare più.

Michele, stai iniziando a sentire come un essere umano.

«Basta! Quis ut Deus!»

A quella frase Lucifero inorridì, Michele aveva gli occhi fermi e infiammati, in quell’istante, Baroni si rese conto che colui che aveva davanti era qualcuno di molto particolare. L’arcidiavolo se ne andò, e scomparve subito alla fine del corridoio, Michele si voltò verso il medico e disse:

«Forse sospetterà qualcosa, ma io non posso»

«Non aggiunga altro, tacerò, per me è già un onore»

«Basta, nessun onore, io sono una persona, come tante»

La conversazione finì lì, e non fu ripresa mai, Michelangelo avrebbe tenuto per tutta la vita, quell’esperienza nel cuore, come unica, al pari delle sue operazioni più difficili e meglio riuscite. A proposito di operazioni, qualche tempo dopo quella che io avrei dovuto subire avvenne, e come Michele aveva detto, riuscì. Non riacquistai la vista perfetta che avevo a sei anni, ma raggiunsi un livello di miopia accettabile, che mi consentiva di rivedere il mondo attraverso un paio di occhiali, come tra l’altro faccio oggi.

Terminata la convalescenza, ancora nel mio lettino d’ospedale, mi portarono i nuovi occhiali che mi avrebbero consentito di vedere bene. Mi sentivo rinata, guardavo la stanza intorno a me come se fosse stata la villa di Pierre Cardin in Costa Azzurra, e all’infermiera che mi aveva portato gli occhiali, dissi che mi pareva la persona più bella del mondo. Iniziato l’orario di visita, festeggiammo tutti insieme, c’erano mia sorella, mio cognato, i miei nipoti e naturalmente Paolo e Beatrice, Michele non era arrivato. Beatrice sembrava preoccupata per questo e la sua ansia aumentò quando, terminato il periodo concesso alle visite, Michele non c’era ancora. Andarono tutti via, e dopo qualche minuto, quando rimasi sola, arrivò. Lo guardai, lo riguardai, e ancora lo feci poi un brivido mi percorse la schiena e dissi: «Sei proprio tu!»

«Io»

«Avanti Michele chi credi di prendere in giro, ora ci vedo, ora capisco il tuo profumo cosa mi ricordasse»

«Pensavo che sarebbe stata dura cercare di nascondertelo»

«Vieni qui, vicino»

Gli presi le mani, le avvolsi nelle mie e le bagnai con le lacrime che quell’emozione mi stava portando, da cinquant’anni me l’ero immaginato, adesso era lì accanto a me lo potevo toccare, pochi istanti dopo chiesi:

«Sei venuto proprio per me?»

«Sì, qualcuno ti ama molto e anche io, volevo salvarti la vita, e salvarti soprattutto
dal nemico di sempre»

«Adesso tornerai ad essere un angelo?»

«Sì, molto probabilmente, il mio compito è terminato»

«No, non è così, tu credi di essere divenuto umano per fare solo questo?»

«Cosa intendi?»

«Michele, i miei occhi non ci vedevano più, ma il mio cuore ancora ci vede
benissimo. Il mio cuore di amica, di tua amica, e soprattutto il mio cuore di mamma»

«Non capisco?!»

«Ma insomma, se n’è accorto pure mio marito!»

«Io non riesco a capirti»

«Io dico che per te, ora iniziano i problemi, e credimi, non ti invidio affatto!»

CAPITOLO 4

Michele era perplesso dalla nostra conversazione, non capiva, o non voleva capire quello che intendevo dire.

In quei giorni, più o meno tre mesi, lui e Beatrice erano stati insieme sempre, al lavoro, nel tempo libero, e lui aveva provato varie emozioni, come la danza, il piacere

di passeggiare all’aria aperta, il gusto di certi cibi, il paesaggio.

Tornammo a Genova, e lui continuava a non capire perché fosse ancora lì. Gabriele non glielo voleva dire, cioè rispondeva sibillino: «L’Altissimo ha progetti per te…»  e lui, dal canto suo, continuava a vivere.

Beatrice fu assunta dalla società in cui lavorava Michele, a Firenze se l’era cavata bene e era piaciuta a chi di dovere, e a Genova, che nel corso degli anni aveva assunto un aspetto più pulito e più rispettabile, giungevano molti turisti, in visita al centro storico, completamente restaurato (per un decreto che Paolo aveva sancito essendo diventato Assessore al turismo anni prima).

Un giorno, terminata una visita guidata all’Acquario con dei giapponesi, Beatrice e Michele si fermarono a passeggiare. L’aria era tiepida, non esageratamente calda nonostante fosse agosto, e le poche coppie rimaste in città, o in ferie H sembravano essersi date appuntamento nello stesso posto. Seduti su di una panchina, i due erano in silenzio, e osservavano tutto l’amore che avevano intorno, Michele pensava:

“Mi sembra di essere tornato angelo, guardare tutte queste persone che si amano, che si scambiano affetto, mi fa  riflettere  se  essere  un  uomo sia  poi  così facile, cosa provano dentro e fuori queste persone.. .io posso provarlo perché ho voglia di sentire questo anche io… Ma potrò, io sono un …”

I suoi pensieri si interruppero quando Beatrice gli prese la mano, voltandosi gli accarezzò i capelli e disse:

«Tu cosa provi per me?»

La domanda rimbombò in testa di Michele come un grido, il suo corpo provò un brivido lungo la spina dorsale, poteva avvertire l’adrenalina che gli stava salendo. Era tutto nuovo, gli angeli non provano quelle sensazioni fisiche, provano un amore spirituale che lui già era consapevole di sentire per lei, ma era chiaro che la domanda era stata fatta a un uomo non ad uno spirito.

«Io… spiegati meglio»

«Suvvia Michele, sono mesi e mesi che ci frequentiamo, tu mi riempi di attenzioni, siamo sempre insieme, io sto ponendomi delle domande…e, insomma, non ce la
faccio più, ho bisogno che la situazione cambi!»

«Cambi…»

«Sì, io ti amo, e voglio avere con te un rapporto diverso dalla semplice amicizia!»

Michele sospirò, il suo cuore iniziò a battere pili forte, sentiva crampi ovunque, sudava e diventava rosso, un insieme di emozioni lo invasero nell’arco si pochi secondi. Non sapeva cosa dire, lui l’amava, ne era consapevole, come angelo e come uomo, ma era terrorizzato che questo tipo di amore, a lui non fosse concesso. A peggiorare la situazione, in lontananza scorse Lucifero accompagnato da una donna diavolo, che si confondevano fra le coppie, ma lui poteva distintamente percepire la risata soddisfatta del suo nemico.

«Mio Dio, aiutami…» disse

«Come? È così terribile che io sia innamorata? Tu non hai di certo fatto in modo che non succedesse, sei talmente buono, bello, intelligente, sei tutto ciò che una ragazza possa sperare, sembri un angelo!»

«Un angelo…»

«Già, ma insomma!»

Beatrice si allontanò un po’, e si lasciò uscire qualche lacrima, ma cercò di celarla volgendo lo sguardo verso il mare. Michele alzò la testa e vide che il suo nemico non c’era più, allora si alzò si scatto, balzò da Beatrice e la strinse forte a sé, le baciò la testa e sussurrò:

«Io ti amo, come non ho mai amato…ma ci sono alcune cose che devo sistemare,
nel mio cuore, nel mio spirito, ti prego, non chiedermi nulla, non posso»

«Perché non le dici la verità…» Lucifero in realtà era sparito solo per un istante.

«E tu chi sei?» disse Beatrice.

«Io sono un vecchio conoscente dì Michele»

«Ma, non sarai forse omosessuale, sposato, prete?»

Chiese la ragazza rivolgendosi a Michele.

«No, niente di tutto ciò»

«Allora lui cosa…?»

«Diglielo Michele, se no lo faccio io»

«Lasciaci in pace tu, o devo…»

«Davanti a lei»

Beatrice era sconvolta, non riusciva a capire.

«E va bene, sai, Beatrice, chi è il tuo amichetto! Lui è …»

« Taci tu, Quis ut Deus !»

Beatrice e Lucifero fecero per motivi differenti un sobbalzo all’indietro, poi il demonio se ne andò, sconfitto da quella frase che li aveva resi rivali dalla notte dei tempi e li lasciò in un silenzio teso e drammatico:

«Che cosa sei, un demone, un alieno, o un bravo attore?»

«Io, sono un uomo, ma ero un arcangelo…»

«Non farmi ridere…»

«Ma insomma, non hai visto che lui è apparso e scomparso così dal nulla»

«Oggi la tecnologia, potevi averlo creato tu come un ologramma»

«Ma avanti, mi hai mai visto fare cose simili?»

«Smettila, Michele, se vuoi scaricarmi sii onesto!»

«Io sono un arcangelo, divenuto umano con il permesso di Dio per soccorrere tua madre nella sua malattia, non so perché sono restato qui dopo aver assolto il mio compito, ma oggi forse l’ho capito, lo devo poterti amare come la mia condizione di umanità mi consente, ma purtroppo le forze oscure da sempre mie nemiche cercano di far sì che questo sia   in modo negativo, cercano di farmi commettere degli errori»

«Non è possibile!»

«E va bene, te lo dimostro: c’è qualcosa che solo io posso sapere, tu quando preghi con la tua mente non pronunci mai il nome di Dio, tu dici “Oh Eterno Alieno”,
poiché ti sembra assurdo ancora usare dei termini vecchi di millenni. Questo non lo hai mai rivelato a nessuno. Poi una notte nella tua stanza al buio, hai inscenato da sola una scena del Macbeth di Shakespeare leggendo le battute con una piccola pila, nessuno ti ha vista o sentita, poi ti sei rivolta a me, come angelo, e mi hai chiesto se eri andata bene. Ti basta o devo raccontarti tutta la tua vita, ogni
attimo ogni  No, sto sbagliando, mi sto lasciando cogliere dall’ira»

Beatrice lo abbracciò, gli prese il viso fra le mani e disse:

«Ti credo, ma tutto questo mi sembra inverosimile, e adesso non so cosa fare, ho paura perfino a toccarti»

Michele voleva porsi molte domande ma stette lì tenendo abbracciata Beatrice, in silenzio a lungo, fino a che non prese la decisione di parlare con Dio.

CAPITOLO 5

Quella sera Michele e Beatrice non si parlarono più, lei tomo a casa e corse da me a confidarmi quello che era successo:

«Tu lo sapevi già tu che per anni l’hai venerato, gli hai parlato, mi hai inculcato la

sua mania … non hai fatto nulla per farmi capire che da sei mesi, uscivo con il “Principe delle Milizie Celesti”! Pensa che ho pure pregato perché San Michele

facesse smuovere sé stesso io sto sognando, è un incubo, ho ingerito qualcosa di strano, forse una nuova droga chimica»

Beatrice girava intorno alla statua di Michele che avevamo in sala, che io e Paolo avevamo acquistato da un antiquario londinese anni prima, io seduta sul divano sorridevo, e questo la irritava ancora di più…

«Perche stai lì a ridacchiare, io sono sconvolta, te ne rendi conto! O no?!»

«Erano anni che aspettavo questo momento…sapevo che tra me e lui ci doveva essere qualcosa di diverso che un semplice rapporto di devozione maniacale … e adesso, lui vive come un uomo, e come tale prova umani sentimenti»

«Spiegati… mamma, ho l’impressione che tu sappia più di me e Michele»

Intanto Michele era arrivato fino sul Monte Fasce, subito sopra la città, dove dalla seconda metà del novecento vi si trovava un Santuario, della Madonna della Misericordia, e lì, nel 1981, io avevo ricevuto la prima comunione, e lì, nel 1989 avevo avvertito per la prima volta la presenza di Michele accanto a me…e quello splendido profumo che lui ancora emanava…C’era una sua statua in quella chiesa, e nonostante fosse notte, Michele riuscì ad entrarvi. Era arrivato il momento di sfruttare l’unica possibilità di parlare con Dio che gli era stata data:

«Ho bisogno di te, mio Signore….anche se mi sembra stupido rivolgermi a me
stesso qui raffigurato…»

Una voce calda e tranquilla gli rispose: «Allora voltati»

Nel mio sogno non potevo vedere nessuno, ma intuii che Michele ne aveva facoltà, e con quella immagine a me negata si sedette su una panca della chiesa.

«Michaelem, cosa c’è?»

«Lo sai cosa mi turba … io sono sempre stato un angelo, ho sempre combattuto il male, difeso il tuo nome … ascoltato le suppliche delle anime innamorate a volte, ma mai avrei pensato che per me sarebbe arrivato questo tipo di amore»

«E che male ci trovi, angelo mio, non sei forse tu messaggero di amore, spirito di amore, non hai forse tu sempre difeso l’amore di Dio verso gli uomini con il tuo
operato»

«Sì, ma credevo …»

«Ama Michaelem, ama come hai sempre amato, da oggi conosci un nuovo modo di amare, che il Paradiso ti aveva lasciato nascosto. Ma lassù gli angeli si amano, gli spinti si amano, alcune persone che si amarono in terra, oggi sono spiriti che si amano in ciclo, tu sei sempre stato impegnato nel tuo lavoro e non hai potuto conoscere l’amore tra due esseri, se non vedendolo provare da altri»

«Quindi posso…»

«Devi!»

«Ascolta però alcune cose: tu dovrai rinunciare ad alcuni privilegi qui sulla terra, tipo parlare con Gabriel, e le tue capacità di lotta che hai mantenuto qui. Sposa Beatrice entro la fine del prossimo mese, ma sappi che non è detto che tu sia fertile e che tu possa avere dei figli da lei. Inoltre tu vivrai come un uomo fino alla fine della vita di tua moglie, ma quando sarà il momento anche tu come un qualsiasi uomo dovrai rendere conto del tuo operato in terra»

«Va bene, sia fatta la tua volontà»

«C’è un’ultima cosa, tu perderai i tuoi privilegi di angelo sulla terra nel momento in cui convolerai a nozze, ma dovrai chiedere a Beatrice se è disposta a giurarti amore
eterno: e ciò significa che quando la vostra permanenza qui sarà finita, lei dovrà amarti anche in Paradiso e combattere al tuo fianco ogni istante»

«Glielo chiederò, se non ce la farà, tornerò subito indietro»

«Ti benedico, angelo mio»

Forse si abbracciarono, ma io non potetti vedere che Michele che si protraeva verso colui che sentivo soltanto. Intanto, Beatrice, dopo una lunga conversazione con me, decise di audace a cercare Michele…sul monte, dove io stessa pensavo sarebbe andato.

Quella era la notte di San Lorenzo, le stelle cadenti avevano attirato un sacco di persone fuori dalla città per poter esprimere un desiderio sull’effimera scia di luce denominata “lacrima di San Lorenzo” o guarda caso “spada di San Michele”. Beatrice, sulla piazza del Santuario guardava il ciclo, sembrava un angelo nel suo abito bianco confusa nel blu intenso di quella notte, e pensava: «Nonno, io non ti ho mai conosciuto ma so che per te oggi era un giorno speciale, se mi vedi lassù, aiutami ti prego!»

Il suo pensiero fu interrotto da un gruppo di teppisti che si erano appartati poco più in là a bere guardando il ciclo… iniziarono a ronzarle intorno facendo battute sul fatto che fosse sola, sull’abito bianco, sulla macchina:

«Bambina non lo sai che quassù si può incontrare anche un fantasma» disse uno di quelli.

«Sarebbe sicuramente meno noioso di voi»

«Oh, piccola, attenta a come parli!»

Così dicendo uno dei teppisti le puntò la bottiglia alla gola, ma in quel momento:

«Io starei attento a quello che faccio, sai i fantasmi potrebbero anche diventare dolorosi»
Era Michele, splendido nella sua veste di arcangelo che spaventò a morte i quattro balordi che se la diedero a gambe elevate.

Beatrice restava lì immobile e sorridente a guardare il suo amore che le si avvicinava lucente:

«Devo assolutamente chiederti una cosa» le disse.

«Cosa?»

«Vieni con me!»

Michele le la prese in braccio e si librò nell’aria poi scomparvero e si ritrovarono nel limbo, dove l’avevo visto all’inizio del sogno:

«Da qui vedo e ascolto tutto il mondo, spesso mi allontano a combattere il male, a
volte raccolgo i miei angeli e li destino da qualche parte, altre tiro fuori la spada»

«Questo fai tu?»

«Sì da sempre»

«E la spada?»

«È nei miei occhi, io combatto con lo sguardo»

«Perché mi hai portato qui?»

«Per mostrarti un po’ di me, e per chiederti se sei disposta a dividere tutto ciò con
me anche dopo…»

«Dopo cosa?»

«La morte terrena»

«Devo morire oggi?»

«No, non oggi, un giorno, tra tanto tempo»

«Ci devo pensare…»

Michele la riportò da dove erano venuti e tornò alle sue sembianze umane, Beatrice guardò il cielo e vide una stella cadente:

«Guarda!» disse lui «Le chiamano anche “la spada di San Michele”»
Egli sorrise, Beatrice gli si avvicinò, lo abbracciò e sussurrò: «Sì, dividerò tutta la mia vita e la mia eternità con te!»

Michele sorrise e tirò un sospiro di sollievo, poi i due si guardarono a lungo negli occhi, lui allungò una mano verso il collo di lei e, accompagnandole la testa, la avvicinò a sé e finalmente si fusero in un appassionato bacio.

CAPITOLO 6

Paolo non prese molto bene l’idea dì Beatrice di sposarsi così presto, io insistetti a tal punto che lo convinsi ad acconsentire alle nozze fissate per il 29 settembre.

Fu un’impresa per Lidia, la mia amica sarta, riuscire a completare l’abito in tempo, gli invitati erano pochissimi, giusto noi parenti, Angelica e Lorenzo, facevano da testimoni e il rito si sarebbe celebrato proprio a Fiorino, dove Michele era “precipitato”.

La cerimonia fu molto toccante, nel momento in cui Michele infilò l’anello al dito di Beatrice, egli perse ogni suo privilegio angelico, ma quasi non se ne accorse. Dopo un breve rinfresco i due sposini andarono nella piccola casa dove Michele già viveva, e giunse il momento più emozionante della prima notte di nozze.

Beatrice aveva ereditato da me una morbida camicia da notte bianca, e quando uscì dal bagno, notò Michele seduto sul terrazzino in pantaloncini soltanto che rimirava il mare. Era fine settembre e non faceva poi così caldo, così Beatrice gli si accosto dal retro e gli cinse le spalle: «Cosa c’è?» gli sussurrò.

«Sono emozionato, mi sento strano»

«Michele, non devi agitarti»

Lei gli si sedette in braccio, lui la strinse forte e la iniziò a baciare: «Ti amo, sarà così per sempre!» gli disse lei accarezzandogli i capelli.

Poi entrarono in camera e si lasciarono andare nel lungo avvolgente abbraccio del loro forte amore, un’energia fantastica si sprigionava da loro, era la fusione di un amore grande e totale, forse  la  definizione  di  esso  per  eccellenza.

Il telefono?

Ad un certo punto … squillò il telefono!?

No! Non adesso, sospiro fra le lenzuola, e invece sì sono le otto, è ora di alzarsi, il mio bel sogno è finito, e la sveglia automatica me l’ha ricordato crudelmente! Addio bel sogno, chissà, se veramente succederà tutto così?!

FINE

Scritto nel luglio del 1998

Diciannove anni dopo questo sogno: ho realmente una figlia di nome Beatrice, ma quando nacque, non pensavo a questo romanzo. Il padre non è quel fidanzato che si chiamava Paolo, a dirla tutta ci siamo lasciati l’anno dopo, e Michele continua a modo mio a far parte della mia fede e del mio immaginario (è pure nella saga di Per Amore e per). La mia vista? Nel 2009 mi sono operata la miopia al laser, si è ridotta ma un anno dopo, una congiuntivite mi ha portato di nuovo qualche piccolo calo … nel frattempo sono anche arrivati i “quaranta”. Beatrice è nata prima dei trentasette anni che avevo in questo sogno e non credo s’innamorerebbe mai di un arcangelo a meno che non sia uno Youtuber! Quanto alle soddisfazioni artistiche … speriamo che si avverino, non si sa mai!

A dirla tutta una malattia c’è e, forse anche se non sto diventando cieca ma solo presbite come tutti quelli sopra gli “anta”, forse la mia malattia attuale sarebbe più adatta alla sfida di Lucifero a Michele … non guarirò, infatti, a meno che non ci metta una pezza magari proprio “lui”.

L.L.C. Allori postilla del 2016/2017