Athena, Poseidon, Odino, Phoebus: cristiani, pagani o pericolosi sincretismi?

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I lettori della saga di Per Amore e per lo sanno, ma gli altri no. Ho notato che, alcuni incuriositi dai titoli mi chiedono se si tratti delle figure della mitologia greca e norrena, della loro rivisitazione nipponica del buon vecchio Kurumada (diciamolo, i primi libri sono unica fanfiction autorizzata proprio perché totalmente diversa), oppure un pericoloso sincretismo, una sorta d’inculturazione azzardata?

Ebbene: la risposta è che non sono nulla di tutto ciò. Quindi sia i cristiani, che i pagani che i masamiani si rilassino perché ora vi vado a rivelare, anzi “spoilerare” chi si cela dietro questi personaggi.

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Carl Kundmann Statua di Pallade Atena, Vienna (ph. Dreamtime.com) 

Athena

È una ragazzina che segue san Paolo da quando questi arriva ad Atene (circa nell’anno 49 o 50 d.C.) e tiene il famoso discorso all’Areopago sul “Dio Ignoto” parlando di risurrezione e ricavandone un flop registrato negli Atti degli Apostoli (At 17,22-31). Non esiste nella storia del predicatore di Tarso (attenzione, su Wikipedia è dato come scrittore, quindi siamo quasi colleghi), non è citata nel Nuovo Testamento perché è solo un personaggio, un pretesto per usare il nome Athena. L’orfana greca diventa così una discepola dell’apostolo delle Genti e, anni dopo, a Roma incontra un centurione romano, Marzio Settimo Sagitta con il quale mette su famiglia e fonda, su mandato dello stesso san Paolo, i militanti della Stella (la croce a otto punte), ovvero i guerrieri con l’armatura di Dio (Ef 6,11 – 18) che poi diventano quello che solo leggendo i libri scoprirete.

IMG_1490001402030.jpgPer parlare di lei, non propongo l’estratto da “Per Amore e per Athena” bensì da Ten” (libro 10):

 

Narratore Raoul Cortes

CAPITOLO 16 – «II – Non nominare il nome di Dio in vano‎» ‎

Marzio, Athena e l’Apostolo delle Genti

Atene, 50 d.C.

Da un po’ di tempo predica nella città un uomo proveniente da Gerusalemme. Parla bene il greco perché è nato in Cilicia, a Tarso, città molto nota per essere fulcro di culture e di sapienza, tuttavia, egli stesso non nasconde d’essere ebreo. Il suo nome conosciuto è Paolo.

Un giorno dell’autunno della metà del I secolo si trova ad Atene quando, alzatosi in mezzo all’Areopago inizia a parlare: «Cittadini ateniesi, vedo che in tutto siete molto timorati degli dei. Camminando per le strade ho notato che tra i monumenti del vostro culto vi è anche un’ara con l’iscrizione: “‎Al Dio ignoto”. Ebbene, oggi vi annunzierò quello che voi adorate senza conoscere‎» Gli ateniesi però non sono pronti a sentir parlare di risurrezione dai morti: alcuni si mettono a ridere, altri lo liquidano dicendo:«Ti sentiremo su questo un’altra volta‎»

Vi è però una ragazzina di circa 14 anni chiamata Athena, in onore forse della dea pagana o forse perché gironzola per la città senza dimora e che, da quando Paolo è giunto ad Atene, non smette di seguirlo. È piccola di statura, con i capelli castano chiaro e due grandi occhi neri, aperti su un mondo che fino a questo momento non le è stato molto favorevole.

Gli Atti degli Apostoli non parlano di lei, come tacciono di tanti altri semplici, che hanno accolto con umiltà la parola annunciata da san Paolo e si sono fatti battezzare, magari sono anche morti martiri sotto la persecuzione di qualche governante.

Athena segue Paolo in tutti i suoi viaggi, lo sostiene nelle prigionie, lo cura, da lui impara a leggere e scrivere e a parlare le lingue del mondo allora conosciute. È per lui il classico esempio di carità cristiana, una figlia diletta, che resta con lui fino alla sua morte a Roma. Qui Athena si sposa con Marzio, centurione (della famiglia dei Sagitta, arcieri da sette generazioni famosi a Roma e in tutto l’Impero), convertito al Cristianesimo dallo stesso Paolo e, quando questi fu giustiziato, Marzio ha ottenuto dal boia la spada col sangue dell’Apostolo delle Genti con la quale, si narra, siano stati compiuti miracoli e guarigioni e purtroppo o per fortuna nostra, ci ha istituiti‎ informalmente ma ufficialmente nella storia.

Roma, giugno dell’anno 67 D.C.

La persecuzione dei cristiani di Roma è giunta al suo apice. Nerone ha dato colpa a loro dell’incendio della città e a poco era servito a calmare gli animi il sacrificio di Pietro, che crocifisso a testa in giù sul Colle Vaticano ha dato la vita in cambio di quella della sua comunità. Ed è proprio in questo momento che ci troviamo, così ci spiega Sean.

Per Teseus è un momento molto intenso, c’è lui, la sua virtù primigenia e noi dobbiamo cercare di salvargli la vita per permettergli di morire martire come tutti sappiamo.

Senza la spada del boia di san Paolo, senza la missione evangelizzatrice affidata a Marzio, non esisteremmo più.

La Domus ecclesiae di Marzio di Sagitta in questi giorni, è sempre gremita di gente che vuole ascoltare le parole dell’uomo di Tarso. A Paolo piace ricordare gli ultimi momenti della vita di Gesù e il racconto preferito di Athena è quello della mattina di Pasqua. Questa sera, Paolo è particolarmente stanco, fa fatica parlare ma nel momento in cui deve trattare di Gesù s’illumina sia nel tono di voce che fisicamente, mentre parla di Cristo si può facilmente affermare che Paolo brilli di luce propria. Paolo sa che il suo viaggio è giunto a compimento, è a Roma nel centro del mondo attuale. Qui ha detto addio a Pietro, l’affidatario del gregge del Signore, qui c’è l’appuntamento con la morte e il suo ricongiungersi al Padre, come ha scritto a Timoteo ‎ “Ho combattuto la buona battaglia, ho conservato la fede”. Proprio nella sua ultima catechesi, Paolo predica la Risurrezione di Cristo come anni prima ad Atene. Ma questa notte nessuno osa dire: “ti sentiremo un’altra volta”. Nella domus dei Sagitta, non si contano più le persone che ogni sera si mettono in fila per ascoltare Paolo. La bella casa della via Aurelia appartiene alla famiglia di Marzio da più di un secolo ormai, da quando Giulio Cesare la diede in dono al suo bisnonno, Marcello Sagitta, tribuno romano. È molto bella, tutta in marmo bianco di Carrara, con un grande impluvio al centro del peristilio, le statue dei numi tutelari della casa sono state agghindate in modo da collegare la loro immagine a elementi della cristianità: così sono diventate angeli. Sette incorniciano l’impluvio, l’ottavo è stato Marzio stesso a distruggerlo per sostituirlo con la cattedra dalla quale Paolo s’appresta a predicare. Per fare spazio a più persone, Athena ha svuotato l’impluvio e da lì, in questa tiepida sera d’inizio estate, le parole dell’Apostolo delle genti illuminano la notte con la luce del Verbo: «Il primo giorno dopo il sabato, di buon mattino le donne si recarono alla tomba portando con sé gli aromi che avevano preparato. Trovarono la pietra rotolata via dal sepolcro. Entrate non trovarono il corpo del Signore Gesù. Mentre sono ancora incerte, ecco due uomini apparire vicino a loro in vesti sfolgoranti che dissero: ‎ “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui. È risuscitato. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea, dicendo che bisognava che il Figlio dell’Uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e suscitasse il terzo giorno. ‎” Ed esse si ricordarono delle sue parole‎»‎

Non so bene cosa io stia provando in questo momento, laggiù oltre l’impluvio c’è l’uomo che ha costruito la cristianità come la viviamo noi nel nostro tempo, il santo che ha creato l’ordine della stella a forma di croce, forse il santo più famoso della storia della fede, prima ancora dello stesso Pietro.

Se per me è un tripudio di sensazioni incredibili, per mio fratello è vedere davanti a sé la sua anima o quello che significa nella nostra vita angelica paolina.

«Siete nuovi?» chiede Marzio «Da dove venite?»

É identico a Michel di qualche anno fa:

«Marzio?» balbetta mia madre mentre Teseus è paralizzato e piangente e fissa Paolo dall’altra parte dell’impluvio svuotato.

«Sì, mi conosci?»

***

«É uguale a me …» sussurra un altrettanto impietrito Michel da Malta dove è inutile descrivere le sensazioni dei nostri amici e famigliari. Persino i personaggi delle fiabe sono inebriati dalla nostra stessa meravigliosa sensazione.

***

Il delirio mistico deve finire per fare spazio ad emozioni molto più negative. Lilith è nell’assemblea, molto vicina al santo. Sappiamo che stasera verrà arrestato ma non morirà che tempo un paio di giorni. Mentre la gente si scambia diverse considerazioni, Paolo cerca d’interloquire con Lilith: «Non ti ho mai vista qui‎» ‎

«É la prima volta che vengo‎» ‎

«Che interesse hai per la parola di un Dio in cui non credi?»

«Non è proprio così. Non posso non credere nel bene se servo il male‎» ‎

«Adesso ci capiamo» il tono del santo di Tarso è pacato e maestosamente rassegnato «sei venuta per uccidermi?»

«Non hai paura?»

«Morirò presto, lo so. Non fa differenza che sia la spada del boia di Nerone o la tua, donna che vieni da lontano!»

Si ferma tutto.

Restano animati solo Lilith, Paolo e Teseus, che dista da loro tutto lo spazio dell’impluvio.

Lilith afferra una spada e prova a colpire il santo che la ferma col solo gesto di una mano.

«Non puoi ucciderlo, non lo capisci?» spiega Teseus raggiungendoli con uno ieratico passo.

«Tu, donna sei solo un demone qui. Non hai potere su di me, non esisti ancora e se mi ucciderai non esisterai mai, come te‎» ‎ si rivolge a mio fratello «virtù del futuro!»

«Io credevo di essere qui per salvarti!»

«No, tu sei qui per salvare te stesso, Teseus‎» ‎

Un gesto di san Paolo costringe Lilith a sparire ma la conversazione con Teseus continua.

«Perché senti il peso del mondo su di te?»

«Per la mia missione, per le persone che sono morte, perché ho paura di non essere all’altezza del mio ruolo. Io non sono te, Paolo di Tarso, non sono neanche un tuo capello!»

Teseus s’inginocchia e abbraccia l’uomo piangendo: «Sai che anche Gesù pianse la notte prima della sua passione?»

«Morirei se potessi ridare la vita ai miei amici, a mia madre, mio zio, se potessi regalare una vita insieme a Madleine e mio padre senza la responsabilità di dover far vivere Caritas in una famiglia vera!»

Noi non possiamo muoverci e non riusciamo a vedere e sentire ma a Malta tutti stanno piangendo:

«E priveresti chi è vivo di te? I tuoi figli di un padre, tua moglie del marito che ama con tutta sé stessa?»

«Sono un egoista, Paolo, sono un incapace, non ho midollo, sono un vigliacco, non sono degno di rappresentarti!»

L’uomo prende il viso bagnato di mio fratello fra le mani e lo bacia sulla fronte: «Figlio mio, ti sei chiesto perché c’è un solo Caritas per ogni generazione? Tu sei vero ed unico, Dio ti ha scelto e ti ha chiamato. Io ti vorrò nel tuo tempo e non è importante come, ma perché sei venuto al mondo. Tu hai avuto il dono più grande di tutti i Caritas della storia: il potere sulle arti e il mezzo per renderle partecipi della perfezione divina, tu soltanto sei riuscito a far vivere i Figli della Notte. Il dono di redimere i reietti, di dare speranza a chi non ha anima. Il tuo essere, ti rende ancora più unico ed indispensabile. Sicuramente tu conosci la mia storia, sai che finché non ho incontrato Cristo ero accecato dall’odio, perseguitavo chi parlava di Lui. Tu, mio piccolo Teseus, hai sempre fatto tutto per amore. Apprezza il dono che Dio ti ha fatto: donare anime, redimere gli emarginati e i dimenticati, amare più di tutti perché sei Caritas! Guida i tuoi compagni, ama, figlio mio nel mio nome ma, soprattutto in quello di Cristo!»

Ci sciogliamo dalla paralisi proprio mentre il santo e mio fratello si stringono in un bellissimo ed intenso abbraccio.

«Sei bello come un angelo, Teseus. E sì, angeli sarete‎» ‎

«Lo siamo, anche se senza ali‎» ‎

«Hai una sola ala, figliolo, l’altra è la ragazza con i capelli chiari che aspetta il tuo bambino‎» ‎

«Si chiamerà Pablo. Nella mia lingua vuol dire Paolo‎»

«Annuncia il nome di Dio, Teseus di Caritas‎»

«Lo farò, è una promessa‎»

Aquae Silvae, 29 giugno 67 d.C.

Non partiamo ancora. Paolo viene arrestato qualche ora dopo e noi restiamo attendendo la sua inevitabile condanna. Teseus ci ha spiegato quello che è successo mentre eravamo immobilizzati e devo ammettere che è diverso da allora.

***

A Malta sono rimasti tutti senza parole, profondamente commossi sia dal santo che dalla contrizione profonda di mio fratello.

***

Oggi, per chiunque è un giorno non facile da dimenticare. É calda l’alba di fine giugno, tipico per la Roma di questo periodo. Assisteremo da poco distante al momento più triste della storia, con noi, Athena (che per la cronaca è identica a Nicole, forse un po’ più scura di capelli e leggermente più bassa di statura) e pochi altri. Marzio non avrebbe mai creduto di dover assistere alla morte di Paolo; da quando si è convertito, non si è più occupato di arrestare i malviventi ma solo di assistere segretamente i cristiani condannati a morte, di seguirli fino all’ultimo istante, dare loro il conforto e l’eucaristia cercando di non farsi scoprire dai suoi colleghi pagani. Insieme con Paolo nella cella del carcere Mamertino, Marzio ha raccolto le ultime memorie dell’apostolo delle genti: «Ascolta Marzio, devi conservare la spada del mio martirio!»

Paolo è cittadino romano perciò gli spetta la morte per decapitazione, ritenuta più onorevole‎ della crocifissione riservata, invece, agli stranieri.

«Ma cosa dici Paolo? Io non voglio partecipare alla tua morte!»

«Devi farlo, devi esaudire la mia richiesta: conserva la mia spada, il sangue del mio martirio continuerà l’opera del Signore!»

Marzio annuisce con la testa, Paolo gli prende entrambe le mani fra le sue: «Tu e Athena dovete fondare una legione di combattenti del Signore. Non sarà la violenza della spada ma la forza della fede che vi farà andare avanti. Mescolatevi tra la gente ma combattete per loro. Salvate le vite dalla morte del corpo e del peccato!»

«Com’è possibile tutto questo?»

«La mia morte aprirà la strada per la conoscenza, Marzio Settimo Sagitta!»

«È da tempo che non sono più il grande arciere di Roma!»

«Sarai l’arciere della freccia del Signore che imprimerai nel cuore di chi avrà saputo amarlo‎»

L’ora è giunta e Marzio deve ritirarsi da Paolo per vestire i panni del centurione, lo accompagna fuori le mura, con lui altri soldati e il boia.

Il boia alza la spada, una bella spada, troppo bella per essere la spada dei martiri. Marzio si accorda con lui: «Quanto vuoi per la spada?»

«Non ha prezzo è forgiata con i metalli della Grecia e l’oro della Persia!» Marzio insiste, il boia replica guardando l’arco e la freccia sulle sue spalle: «Qualche cosa di altrettanto prezioso‎» ‎

«Il mio arco e le mie frecce?»

A Marzio sembra un’assurdità finché non se li toglie dalle spalle e si accorge che sono di oro zecchino, Paolo sorride poi abbassa la testa e ritorna a pregare.

Qualcuno legge la condanna inflitta all’uomo ad alta voce, ma Marzio non ascolta guarda con gli occhi sbarrati il ceppo su cui poggia la testa dell’uomo che ha cambiato la sua vita e quella di centinaia di persone. Un semplice pezzo di pietra, che i capelli canuti di Paolo rendono candida come un moderno guanciale, è così che sembra quell’uomo: come fosse appoggiato ad un cuscino che sorride contemplando già il Cielo.

Sorride a Marzio che trattiene a stento le lacrime. Prega. Il boia solleva la spada. Tutto finisce. Paolo è finalmente con Gesù.

Da lontano tutti noi piangiamo: eccetto Athena, impassibile nella sua meravigliosa fortezza. Marzio con fra le mani la spada che ancora gronda del sangue dell’Apostolo delle Genti, vorrebbe gridare, impugnare quell’arma gli sembra un peccato mortale.

Mentre tutti si allontanano e noi restiamo a guardare quel luogo dove sono sorte tre fontane ed in futuro vi sarà una basilica.

Non riusciamo a parlare. In virtù di quel momento si è scritto il martirio di san Paolo e l’inizio della nostra storia. Sean ci viene a prendere. Sembra più etereo oggi, più angelico. «Ora, voi dovete dirmi dove volete che vi porti‎» ‎

Madleine ha capito: «Per quel che mi riguarda voglio fermarmi ai piedi del Golgota. Voglio continuare a credere in Lui senza averlo mai visto‎»

«Allora siamo tutti d’accordo?» propone mio padre.

Facciamo segno di sì con la testa.

 

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Anthony Hopkins interpreta Odino nei film dedicati al fumetto Marvel “Thor”

 

Riguardo Odino l’avviso “SPOLIER ALERT” è d’obbligo, infatti, si tratta del nome con cui gli abitanti di Ángelsgarðr chiamano niente meno che Gesù!

 

 

 

 

Da Per Amore e per Odino (LIBRO 3) capitolo 1 “Hildegard e Bronj”

Narratrice Eos Velasquez 

Ángelsgarðr è una terra, una città, un luogo leggendario dell’anima. Ha riempito la fede e la fantasia degli uomini per più di duemila anni. In questa mitica terra per alcuni dimorerebbero gli dei, per altri è il Paradiso, per altri ancora è il luogo dove vivono dei fantastici guerrieri.

Ebbene, lasciatevelo dire da una che ha vissuto la giovinezza a contatto con alcuni figli di quel luogo:

Ángelsgarðr non è nulla di tutto ciò. È una nazione a sé, alla quale si accede solo con particolari requisiti, quindi particolarmente gnostica, fondata da alcuni cherubini paolini originari dell’Anglia la terra più a Sud della Danimarca e più a Nord della Germania, spintisi nella penisola scandinava decisi a portare il messaggio cristiano avvalendosi della somma virtù del mana.

È una terra dove il bianco è il colore che domina incontrastato per dodici mesi l’anno e questo accade da ormai troppo tempo. Una volta non era così: all’inverno si susseguivano le stagioni come nel resto del mondo, la luce del sole eterno illuminava magnificamente i campi che a primavera si ricoprivano di fiori e in estate si poteva ammirare il sole vittorioso fino a tarda notte.

In questo paese da vent’anni è sempre inverno e mai Natale!

All’inizio, per i guerrieri angelici la loro disuguaglianza era una forma di vergogna, si sono dovuti nascondere dietro effigi pagane locali, così come a Roma c’erano gli arcangeli paolini ispirati alla mitologia greco/romana, i cherubini paolini di Πήγασος o Περσέας; qui all’estremo Nord, si sono chiamati valchirie e vichinghi ispirati ad Odino e al suo cielo.

Erano fieri di essere angli, angel, perché in latino quel nome richiamava l’angelus greco e quindi “angeli”.

Erano e sono tutt’oggi alti, biondi, eterei come non confonderli con i biblici messaggeri?

Ma con il tempo, i vichinghi e le valchirie di Ángelsgarðr non si sentirono più isolati dal resto del mondo perché diversi e pericolosi, non si vergognarono più, anzi la loro diversità li rese superbi, custodi di sapere segreti.

Non più speciali ma umili, bensì straordinari proprio perché diversi. Superiori agli altri per geografia e per il mana.

Come i cherubini paolini e le amazzoni fanno parte del quart’Ordine degli Ospedalieri di san Giovanni, i vichinghi e le valchirie sono del quart’ordine crociato dei Cavalieri Teutonici.

Così, le mura di Ángelsgarðr resero invisibile la terra ai non dotati di quella speciale energia. A pochi civili era concesso l’accesso alla terra degli dei – Angli, (gli dei – angeli) e se fossero entrati, non ne sarebbero mai più usciti.

Così per secoli quella terra nei pressi di Uppsala in Svezia ha continuato ad esistere a crescere e moltiplicarsi, felicemente e volutamente esclusa dal resto del mondo. Per secoli quel regno è rimasto medievale negli abiti e in alcune usanze, pur non abbandonando il contatto col mondo della tecnologia.

In particolare i nativi di Ángelsgarðr hanno una predilezione per la medicina, forse perché è figlia degna di una pratica meno degna: la magia.

Anche la religione di quella terra segreta subì un inevitabile sincretismo tra quella che era la genealogia delle divinità collegate al Walhalla di Odino e il Cristianesimo.

Per la prima volta però non in contrasto ma in una sorta di comoda cooperazione.

L’unico contatto con il mondo esterno è dato dalle scuole di danza, districate in varie parti del mondo “normale”, qui i nativi di Ángelsgarðr insegnano a ballare e sono, manco a dirlo, tra le scuole più quotate che un danzatore possa scegliere di frequentare.

Oggi i distaccamenti della scuola sono quattro la sede a Stoccolma, una succursale a Vladivostok che ha frequentato Christopher (il cui direttore era il povero Sven, fratello di Stella); una in Olanda, presso Rotterdam e quella della madre di Stella, Hildegard a Rapa Nui, che ho frequentato anch’io.

Come Miss Nicole erede celeste di Athena Areopagita, incarna la virtù di Iustitia, (che sappiamo, non essere la virtù cardinale per eccellenza ma solo una sua derivazione nella gerarchia angelica paolina); così la regina di Ángelsgarðr, tradizionalmente, è la custode della virtù di Temperantia, perché discendente angelica di Frigga, la giovane angla che ha fondato Ángelsgarðr intorno al quarto secolo.

Attorno a Frigga i suoi vichinghi e le sue valchirie sono custodi delle parti integranti, soggettive e potenziali della Temperantia, che dopo un’iniziale stretta attinenza alla virtù madre si sono distaccate per divenire sempre di più elementi a sé della potenza mana – angelica.

Hildegard, la madre di Stella è stata la virtù di Temperantia fino a quando ha governato su Ángelsgarðr, poi la reggenza sulla virtù è passata alla nipote Ela, la quale non è tuttavia la virtù vera, perché questa da quando ha lasciato Hildegard cerca ancora il suo nuovo o la sua nuova custode angelica.

Non si sa bene come e quando, sta di fatto che a un certo punto, a Ángelsgarðr si è cominciato a seguire una serie di leggi che prevedevano un comportamento molto casto da parte di tutto il popolo e su tutti loro la regina.

A suggello di queste leggi di esasperante pudicizia fu stabilito che la regina di Ángelsgarðr dovesse essere una vergine, che sebbene sia obbligata a sposarsi, doveva mantenere la verginità.

Siccome la fecondazione spirituale non è prerogativa degli esseri umani, neanche di quelli dotati di mana; la prole è affidata al matrimonio (questa volta obbligatoriamente fertile) del parente più prossimo della regina, un fratello o una sorella.

In pratica, gli eredi al trono, saranno i nipoti della regina, che devono essere almeno due in modo da consentire la prosecuzione della stirpe, preferibilmente un maschio e una femmina, il maschio per procreare, la femmina per pregare Odino e rimanere vergine.

Sì avete letto bene, ho scritto “pregare Odino” perché qui Gesù si chiama così.

Non solo, i folli abitanti di questa terra pensano che alla loro regina sia affidato il compito di mantenere un certo equilibrio del creato attraverso la preghiera a Dio, ad una divinità che ha ben poco del mansueto e umile Cristo che muore sulla croce, ma molto di un Dio che punisce e non perdona se si sgarra alle sue leggi.

Quindi passi per il cambio di nome, nella storia è sempre quello crocifisso su una croce anche se di frassino; passi che Cristo abbia appellativi in lingua locale come aveva Odino in tempi pagani: sapiente, misericordioso, sacerdote, colui che dice il vero eccetera; tutti appellativi perfetti per nostro Signore, non può assolutamente passare che, quel Dio dal nome cambiato per convenienza sia crudele a tal punto da punire con catastrofi immense la mancata preghiera di una regina costretta a non vivere la maternità e la bellezza della fecondità del matrimonio per una assurda, brutta e ingiustificata imitazione della Vergine Maria!

In questa terra tutto pare senza o con poco senso, compresa la storia che vado a raccontare.

 

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Nettuno (la versione romana di Poseidone), statua di Bartolomeo Ammannati, Firenze. (ph. Wikipedia, autore non indicato)

Poseidon è anch’egli un santo che non esiste, un personaggio storico inventato pretesto per avere un ordine legato al mare e ai Templari.

 

 

 

 

Il professor Keanu Keaton, in Per Amore e per Poseidon ce lo descrive così:

Alessandria d’Egitto 390 d.C.

Alla scuola della biblioteca accorrevano in molti. C’erano i figli dell’aristocrazia, delle famiglie nobili ormai storicamente note e altri, tra cui Poseidon di Macario, figlio di un liberto nativo di Atene che si era fatto stimare da tutti per le sue imprese militari per mare, tanto che al figlio aveva dato il nome del dio del greco proprio perché lo sentiva vicino nelle sue imprese. Vedovo da anni, Macario ambiva per il figlio un posto tra i sacerdoti di Serapide, la divinità della città. A Poseidon sembrava interessare di più l’astronomia, frequentava per tanto le lezioni di Ipazia, ma anche fra quelle stelle la sua ricerca non era paga. Poseidon aveva da tempo ricevuto il battesimo cristiano, all’insaputa del padre, la sua gloria sarebbe arrivata tra i militanti della stella di san Paolo. Era questo il nome con cui allora si chiamavano i cherubini paolini. Da tempo la stella era comparsa sulla sua spalla, bianca e lucente, quasi d’argento. La notte, alla luce della luna brillava come se fosse illuminata dall’interno. Poseidon cercava di tenere coperta la sua segreta professione; i suoi compagni di scuola alla grande biblioteca di Alessandria non pensavano nulla di lui tranne che fosse un eccezionale matematico e astronomo. Ipazia sorprendeva sempre di più Poseidon con le sue conclusioni e con l’azzardo di definire la terra rotonda; la fede di Ipazia nella scienza era pari a quella di Poseidon in Dio. Per Poseidon, di fatto però, le due cose collimavano fede e ragione potevano e dovevano essere “sorelle gemelle”, per questo, un giorno, parlando con la sua nobile insegnante, smontò tutte le fedi pagane dimostrando scientificamente che erano vacue. «Mia divina maestra,» proseguiva il discorso «se davvero fossimo stati creati dal nulla, questo nulla chi l’avrebbe generato? Non si può essere un qualcosa se non c’è un qualcuno che l’ha generato perché se nulla è nessuna cosa non esisterebbe niente!»

«Poseidon, m’incanti ma non riesco a comprendere il tuo intento…‎»

«Dio esiste. L’evidenza è che un essere superiore deve aver dato il via … Le nostre stesse stelle sono state generate, create da qualcuno!»

Ipazia gli mostrò l’agorà con le statue delle diverse divinità: «Guarda, Poseidon, qui hai l’imbarazzo della scelta, tu stesso porti il nome di un Dio‎» ‎

«Ma non lo sono…» rispose secco lui «Quei fantocci non sono neppure l’ombra di un’utopia di Dio. Mia adorata maestra, Dio non è che Amore, quell’amore assoluto che tutto fa, tutto muove, che» e si mise a guardarla negli occhi «rende tutto “vero”‎» ‎

«Il tuo Dio, Poseidon è talmente grande che non potrà mai esistere!»

«Invece, può essere dentro ognuno di noi … Più vivo e vero di me e di voi!»

«Un Dio personale che è amore quindi, sentimento?» Domandò Ipazia.

«Non del tutto mia signora, immaginate di dover raffigurare l’affetto che provate per vostro padre, potete usare una qualunque forma d’arte, perfino la poesia la quale potrebbe avvicinarsi molto al concetto ma non lo sarà mai: il concetto. Neppure il più grande scultore, pittore, musicista potrà mai tradurre con un linguaggio dell’uomo quello che prova una figlia per suo padre, un uomo per la donna che ama, una madre per il suo bambino … Questo è ovvio vale anche per i sentimenti negativi, come l’odio, il disprezzo ma io credo che un viso corrucciato sia facile da rappresentare. Più difficile è esprimere un concetto di fede così grande come il sacrificio del figlio di Dio per il bene di tutti gli uomini, soprattutto di quelli che ancora non lo conoscevano!»

I discorsi di Poseidon furono interrotti dal rumore di un tumulto scoppiato proprio sulla piazza sotto le varie statue delle divinità. C’erano in quel tempo, alcuni militanti cristiani, che normalmente avrebbero dovuto occuparsi della salute degli infermi e la cura dei lebbrosi, ma una frangia estremista si era distaccata da loro proponendo di evangelizzare e di ripulire la città dalle divinità pagane ammettendo l’uso della violenza, qualcuno addirittura presumeva fossero gli stessi militanti della Stella di san Paolo, di fatto, loro si facevano chiamare “Parabolani”. A costoro il vescovo Cirillo non poneva nessun veto. In pochi minuti quella che era partita come una discussione dai toni accesi ma ancora pacifica divenne rissa, tafferuglio, rivolta; i parabolani e gli altri entrarono nel comprensorio della biblioteca. In fretta Ipazia e suo padre iniziarono a salvare i libri che questi ribelli volevano mettere al rogo. A Poseidon non restava nient’altro da fare che porre il suo rimedio paolino. Restò in piedi davanti alla porta principale della biblioteca espanse mana fino a creare una luce biancoazzurra, la stella sulla sua spalla brillava come se fosse di un fuoco bianco. Tutti si fermarono credendolo un prodigio, di fatto lo era stato, c’era solo da definire di quale origine:

«Il demonio» urlò il capo dei rivoltosi cristiani «prendetelo!»

Ipazia si fermò dal tentativo di raccogliere i rotoli a guardare l’allievo e Poseidon si voltò facendo altrettanto.

Non potendo combattere, l’uomo si arrese ai parabolani che lo portarono dal vescovo Cirillo. Qui subì un processo per il quale fu condannato senza riserve anche perché non si ribellò, né si difese, le uniche parole furono verso il vescovo:

«Cirillo tu sei il pastore della città e un giorno la Chiesa forse ti venererà come santo, non lasciare che il peccato dell’ignoranza oscuri la tua figura dando ai nemici dei cristiani argomenti per mettere in dubbio la Verità!»

Quello che veramente divenne santo lì per lì sembrò quasi irritato dalle parole di Poseidon, che fu imprigionato in attesa di una condanna più pesante.

 

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Apollo del Belvedere, Musei Vaticani  – Pio Clementino

Infine, Phoebus è quello che distrugge ogni poesia e fantasia filosofica, teologica e quant’altro. Intanto, egli non è una personificazione di un nemico, ma solo un emerito rompipalle!

Phoebus, Febo era uno degli attributi di Apollo. Per saperne di più: http://www.treccani.it/enciclopedia/febo/

 

 

Akim lo introduce così nell’ultimo capitolo di “The last two to dance”

 

(…) «Non ci sarei potuta essere comunque per la fase finale. Leonardo si è infilato nella direzione della scuola, fornendo una lauta quota di partecipazione, grazie alla quale si è guadagnato un posto in giuria per sé e per il suo pupillo: Phoebus Nice‎» ‎ spiega l’altra.

«Phoebus Nice?» esclama stupita Eos.

Phoebus Nice è il più famoso ballerino di musical attualmente sulla piazza. Oggi trentenne, ha iniziato la carriera nella Ángelsgarðr Dance Company di Uppsala a soli quattordici anni. Sa cantare, ballare, recitare ed è bellissimo. Ha preso parte a diversi telefilm e film, soprattutto è stato fra i fotomodelli maschi più pagati di tutti i tempi. Sposatosi tre volte, si è separato dopo al massimo un anno. Attualmente è alla ricerca di un erede spirituale, secondo i gossip, anche di una nuova fiamma. Il diabolico manager italiano si è inventato un nuovo spettacolo che partirà il 15 giugno e si concluderà il 27 luglio, vedrà coinvolti quattordici dilettanti affiancati da tre tutor, (due ballerini e un musicista), cimentarsi in prove di canto e ballo. Lo spettacolo si svolgerà all’interno della RADC e prevede il coinvolgimento obbligato dei Dark Warriors e di chi, domani, entrerà a far parte della compagnia di Boris Vertikov. Phoebus Nice è tanto bravo quanto pignolo e antipatico, sarà uno spasso gareggiare con lui come presidente della giuria.

«Non sono felice della scelta di Boris, ma d’altra parte la scuola è la sua e non posso dire più di tanto!» commenta Hildegard.

«Io sono fiduciosa… Siamo bravi e lo stupiremo!» rassicura Stella mentre saluta la madre e se ne va via con Eos.

OCA’s House, Pieta 31 maggio 1992

A cena, apprendiamo della presenza di Nice e tutti abbiamo opinioni concordi su di lui:

«Io non lo trovo questo fenomeno» commenta Christopher «ci sono dei più bravi di lui, mio padre è uno di questi e ancor di più lo era Sven!»

«Tu sei più bravo Chris» aggiunge Amber «intanto Phoebus non balla che il musical se lo metti a fare un tango non è in grado!»

«E come voce Michel e Madleine gli fanno la barba!» aggiungo io.

«Staremo a vedere» sospira Ossian «piuttosto, tu Chris sei senza ballerina?»

«Già …» s’incupisce un po’ pensando alla brutta fine di Claire «farò solo il mio pezzo di musical e poi conterò sulla benevolenza di mio padre!»

Eos e Stella si guardano complici, la prima conclude: «Doveva farti entrare senza audizione, accontentarsi di quello che ha visto fuori dalle prove!»

«È corretto che io subisca una giuria, non è giusto che entri solo perché mi chiamo Vertikov» prende la mano di Stella «certi privilegi li lascio alle vere star!» e le bacia il dorso facendole l’occhiolino. (…)

 

Detto ciò, se volete saperne di più, non vi resta che leggere la saga!