Martin Lutero

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Autori: Alessio Marino, Lorenzo Navanzino e Beatrice Papei

Martin Luther, in italiano Martin Lutero (Eisleben, 10 novembre 1483 – Eisleben, 18 febbraio 1546), è stato un teologo tedesco iniziatore della riforma protestante. La confessione cristiana basata sulla sua dottrina teologica viene detta luteranesimo.

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Germania 1483.

Un’epoca di calamità e dolore. La peste sterminava la popolazione in tutto il paese. Migliaia di bambini morivano in tenera età.

In una situazione così disperata, vi erano poche consolazioni: la fede e la speranza del Paradiso.

Unico punto di riferimento per il popolo, nel Medioevo, la Chiesa era diventata la più potente istituzione in Europa. Una smodata ricchezza e l‘ambizione di potere l‘avevano però trasformata in un‘istituzione corrotta. Alle soglie dell‘età moderna l’autorità della Chiesa di Roma venne messa in discussione da un uomo: Martin Lutero.

Iniziò così un drammatico processo di cambiamento in Europa.

Le idee del monaco tedesco infiammarono l‘animo di molti uomini: scatenarono rivolte e tumulti e determinarono molti cambiamenti politici e sociali.

Nel 1546, ormai anziano Martin Lutero si mise in viaggio da Wittenberg verso Eisleben, la cittadina dove era nato. Quello sarebbe stato l’ultimo viaggio della sua vita.

Lutero diede un’importante contributo allo sviluppo della cultura occidentale.

Il principio secondo cui bisogna battersi perle cose in cui si crede o quello per cui ogni essere umano e prezioso agli occhi di Dio, sono idee che oggi ci sembrano ovvie; Lutero, al contrario, dovette lottare per affermarle.

Lutero fu un grande moralizzatore apportando anche idee radicali per l’epoca. Mise in risalto l’importanza dell’individuo, e la sua capacità di affrontare anche la morte per difendere ciò in cui crede. Sfidò la Chiesa romana, un’istituzione antica e potentissima.

Ebbe il coraggio di denunciarne gli abusi spronandola a correggere i propri errori e a tornare sulla retta via.

In tutta la storia sono rari gli esempi di uomini che si siano opposti con tanta risolutezza ad autorità molto più grandi di loro senza mai rinnegare le proprie idee. «Credo che, da moltissimo tempo, nessuno al mondo sia stato odiato quanto me. Che il Signore mi guidi sempre e mi prenda con sé al più presto. 0ttrirei volentieri a Lui la mia Vita; che Dio mi fulmini in questo istante. Amen»

Martin Lutero, l’uomo che da solo sfidò la Chiesa di Roma, era di origini modeste. Crebbe a Mansfeld, una cittadina nel nord della Germania: una comunità laboriosa, dove le autorità ecclesiastiche erano molto presenti. La religione cristiana, per tutto il Medioevo, non ebbe sfaccettature; in materia di fede era chiesa romana dettava regole rigide: i suoi principi venivano diffusi in tutte le chiese d’Europa ed erano radicati, in ogni istituzione. Quando Lutero era bambino, la Chiesa era all‘apice della potenza: non vi era regione in Europa, dalla lontana Irlanda fino alla Sicilia, dove non vi fossero chiese, monasteri e conventi.

La sua forza si basava sulla promessa della salvezza eterna. Ai fedeli che osservavano i comandamenti era garantita la ricompensa della felicità eterna. Spesso però il clero ne approfittava per arricchirsi e imporre le proprie regole. La Chiesa esercitava un rigido controllo non solo sulle questioni spirituali, ma anche sulla vita quotidiana. Gli insegnamenti religiosi ne permeavano ogni aspetto.

La Chiesa di allora stabiliva le condizioni per essere ritenuto figlio legittimo; decideva quali matrimoni fossero regolari, a quali testamenti potessero essere considerati validi; s’intrometteva capillarmente nella vita della gente. Imponeva i suoi dettami all’intera società, non solamente ai fedeli. Come molti giovani del tempo, Lutero si avvicinò alle istituzioni ecclesiastiche: faceva il chierichetto e cantava nel coro. La Chiesa era l’unico luogo in cui Lutero si sentiva sereno e a suo agio: «La mia presenza a casa sembrava causare solo sofferenza e afflizioni»

 

Il padre, Hans, originariamente era un contadino. Aveva però fatto fortuna con le miniere di rame e si era messo in affari. Hans nutriva grandi speranze per il futuro del figlio: desiderava che riuscisse a conquistare un ruolo di spicco nella società, diventando uomo di legge. L’ambiente familiare, però, non era sereno.

Nei suoi appunti, Lutero narra molti ricordi della sua infanzia, non tutti positivi o piacevoli.

Spesso parla dei suoi insuccessi, delle punizioni ricevute dal padre per essere stato disobbediente o per non aver ottenuto buoni risultati; leggendoli, abbiamo l’impressione che da giovane Lutero avesse poca stima di sé e pensasse di non essere all’altezza delle aspettative. Il padre lo giudicava con molta severità: «Una volta mi fustigò con tanta Violenza che scappai via. Provavo odio per lui; ma in seguito, riuscì a riconquistare il mio affetto»

Nemmeno la madre fu amorevole verso il figlio: «Ricordo che mia madre, una volta, mi picchio a sangue per aver rubato una nocciola» Per tutta la vita Lutero fu ossessionato dal timore della punizione e dell‘insuccesso.

Quest’ansia lo spinse via via, a ribellarsi in modo plateale all‘autorità, invece di assecondare

le ambizioni paterne. All’inizio seguì docilmente il percorso stabilito per lui dalla famiglia.

Frequentò le migliori scuole: a diciotto anni si iscrisse all’università di Erfurt, nella regione della Turingia. In confronto alla cittadina dove era cresciuto, Erfurt sembrava una metropoli.

 

Si poteva trovare tutto ciò che attirava l’attenzione di un giovane studente: taverne e locali pubblici di ogni genere. In un‘epoca in cui l‘acqua potabile era scarsa, il vino e la birra erano le bevande più diffuse. In città c‘era anche un bordello comunale, gestito dal consiglio cittadino. Erfurt, però, aveva molto da offrire anche dal punto di vista spirituale. Non era una città politicamente importante né un centro commerciale; era però un vivace centro di attività ecclesiastiche e di diffusione dell’insegnamento religioso. Vi erano presenti ben quattordici ordini religiosi e venticinque parrocchie.

 

A quel tempo, per via di numerosi teologi che frequentavano la città, si diceva che Erfurt fosse la “Roma della Turingia”. A Erfurt, Lutero trascorse gli anni della sua formazione: divenne un bravo musicista e strinse amicizia con alcuni studenti della sua scuola. Fra i quattordici e i quindici anni, Lutero si allontanò dunque dal nucleo familiare. Andò a studiare in un ambiente accademico molto rigido.

Fra gli studenti si creava un legame saldo, un vincolo d’amicizia strettissimo: i ragazzi trovavano nei loro coetanei una nuova famiglia. Per Lutero fu un momento di maturazione molto importante. Il giovane si dedicò con diligenza agli studi: ottenne il titolo di “magister artium”, “maestro delle arti”; in seguito si laureò in filosofia. Aveva iniziato anche gli studi di giurisprudenza, come desiderava il padre.

All‘improvviso, però, tutte le sue certezze crollarono. Nel 1505 a Erfurt dilagò la peste. La malattia si propagò rapidamente nella cittadina, lasciando una scia di morte e disperazione.

Durante l’epidemia, la cosa che spaventava di più era il fatto che la peste colpisse apparentemente senza logica: alcune persone morivano, altre si salvavano. In alcune città la popolazione veniva decimata, mentre in altre, poco distanti, sfuggiva al contagio.

Sembrava un fenomeno impossibile da spiegare; nessuno sapeva come si contraesse la

malattia o perché’ si restasse contagiati. L’idea più diffusa era che Dio stesse punendo gli uomini per i loro peccati. Era il segno tangibile della collera divina. A metà del XIV secolo un’epidemia nota come “peste nera” aveva ucciso quasi metà della popolazione europea. La vita del giovane Lutero fu sconvolta quando tre dei suoi amici furono contagiati dalla peste. Il timore dell‘ira divina e la constatazione della fragilità umana provocarono nel suo animo un cambiamento radicale. Aveva 23 anni. Quell’estate, tornando a Erfurt dopo una Visita alla famiglia, incappò in un violento temporale, dove fu quasi ucciso da un fulmine. Non si sa con certezza cosa accadde a Lutero quella notte; e certo però che lo cambiò profondamente: «Sconvolto dal timore e dall’angoscia della morte, pensai che l‘unica via d’uscita fosse di votare la mia esistenza a Dio»

I suoi amici erano rimasti vittime della peste e lui stesso aveva rischiato di morire: decise così di prendere i voti. Sarebbe diventato monaco. Il rischio di perdere la vita lo spinse a riflettere su sé stesso e a fare un bilancio della propria esistenza, del bene e del male compiuto fino ad allora. Si chiese quale sarebbe stato il proprio destino nell’aldilà, se i santi non l’avessero protetto e quel fulmine l’avesse colpito.

Era convinto di meritare l’inferno. L’episodio del fulmine lo mise davanti a un bivio: poteva continuare a percorrere la strada già fissata per lui dal padre, o intraprendere un altro cammino, quello che la sua coscienza gli suggeriva. Decise di prendere in mano la sua vitae di smettere di assecondare le volontà di suo padre.

Scelse la libertà: seguì la propria vocazione religiosa per trovare le risposte ai tanti dubbi che lo assalivano. Era un uomo di profonda spiritualità. «Quando venne a sapere che non sarei diventato un uomo di legge, mio padre si infuriò. Sembrava impazzito: era fuori di sé dalla collera. Non sapeva ancora che come monaco avrei dato fama alla famiglia più di mille magistrati in toga ed ermellino»

I monasteri e conventi europei erano un mondo isolato dal resto della società. Chi decideva di entrarvi conduceva una vita di preghiera, meditazione e ricerca della salvezza eterna. Nei monasteri la vita quotidiana era scandita dalle sette ore canoniche dell’ufficio divino: sette volte al giorno, a ore stabilite, i religiosi dovevano partecipare ai cori e recitare le preghiere previste; avevano l’obbligo di farlo anche durante la notte. I monaci seguivano regole molto rigide anche quando non prendevano parte alle funzioni.

In molti monasteri si aveva il permesso di parlare solo in luoghi e momenti precisi; tutte le attività dovevano essere svolte in comune. Il pasto doveva essere frugale. Anche gli abiti che indossavano erano semplici, di stoffa ruvida e poco confortevoli. Perché’ portare un saio di tessuto grezzo? Perché’ pregare di continuo? Perché’ osservare digiuni? Questi sacrifici servivano a ottenere la salvezza eterna; il Paradiso si poteva raggiungere solo rinunciando ai beni terreni.

Anche Lutero credeva che l’unica via per assicurarsi la salvezza dell’anima fosse allontanarsi dalle tentazioni umane, scegliendo di far parte di una comunità isolata dal resto della società. Così, due settimane dopo l’episodio del temporale, Lutero attuò il suo proposito; scelse di entrare a far parte di uno degli ordini monastici più severi: gli agostiniani eremiti. Gli vennero rasati i capelli e gli fu dato l‘abito bianco dei novizi. Divenne così, a tutti gli effetti, un membro del clero della Chiesa cattolica. Lutero non cercò scorciatoie: non avrebbe scelto quest’ordine se avesse voluto condurre una vita comoda e agiata, poiché’ gli agostiniani esigevano il rigore assoluto. Ne facevano parte religiosi intellettualmente brillanti e con una forte vocazione.

Lutero si rese conto, però, che il monastero non era solo un ritiro spirituale; vi si svolgevano anche attività molto più terrene: l’abate faceva affari con la tintura delle stoffe. I monaci, inoltre, producevano e vendevano una birra abbastanza apprezzata. La comunità possedeva molte terre nei dintorni del convento e le rendite degli affitti e delle decime erano cospicue. Tutti gli introiti, venivano scrupolosamente annotati nei registri contabili del convento. La Chiesa non si limitava a chiedere offerte ai fedeli, come avviene oggi, ma li obbligava a farlo. Aveva diritto di riscuotere le decime, che non erano un contributo volontario, ma una vera e propria imposta; si rischiava di essere processati e condannati. I fedeli, tuttavia, partecipavano volentieri al sostentamento della Chiesa: avendo ricevuto un’educazione religiosa, erano convinti fosse un loro dovere mantenere i ministri di Dio. Vedere come il clero si arricchiva alle spalle della povera gente provocò indignazione e disgusto nel giovane Lutero.

All’inizio, però, fu tutto preso dalla ricerca della propria salvezza. Si immerse nella vita ascetica e nella meditazione. Ben presto abbandonò la veste bianca da novizio e indossò quella nera dei monaci; per vivere un periodo molto tormentato. Lutero scelse di prendere i voti per un’esigenza di ricerca spirituale, non certo per assicurarsi un’esistenza comoda. Vivere in un monastero significava, fra le altre cose, l’accettazione di parecchie rinunce: ad esempio il digiuno.

La giornata dei monaci, divisa tra preghiera e studio, prevedeva anche momenti di purificazione e penitenza: dormivano al freddo senza coperte, oppure si autoflagellavano. L’automortificazione era un modo per avvicinarsi alle sofferenze di Cristo e alla perfezione della vita ascetica. Dominando i desideri fisici, rinunciando al cibo, reprimendo gli impulsi sessuali e rifiutando le comodità dell’esistenza, i religiosi si identificavano con Gesù, che aveva trascorso quaranta giorni nel deserto lottando contro le forze del male e resistendo alle tentazioni del demonio.

Lutero accettò con grande determinazione quello stile di Vita: dormiva all’aperto, i confratelli a volte erano costretti a portarlo al riparo semiassiderato. Anni più tardi, la sua salute avrebbe risentito delie penitenze inflitte al fisico: «Se il solo passare la vita in convento bastasse a far guadagnare il Paradiso, io l’ho già meritato. Se fossi rimasto in quella comunità ancora un po’, sarei morto a forza di veglie, preghiere, studio e lavoro»

In ogni scelta Lutero si impegnava fino in fondo: voleva sempre dare il massimo e superare i propri limiti. Interpretò la vita religiosa come sacrificio assoluto, impegnandosi con tutte le forze a diventare un buon monaco. La sua devozione lo spinse ad affrontare un rigore e delle rinunce sempre più estremi. Temeva che non sarebbe mai riuscito a compiacere il Signore e che non sarebbe mai stato degno del Paradiso. Questa osservazione derivava dal suo rapporto col padre, riflettendosi nel rapporto con Dio: Lutero provava un forte senso di inadeguatezza; diceva di sentirsi “infectus”, cioè “macchiato dal peccato”. Temeva che non sarebbe mai riuscito a salvarsi.

«La parola di Dio e troppo ardua e difficile da mettere in pratica; non l’ho imparato solo dagli insegnamenti del Signore, ma anche con l’esperienza e il dolore»

Il giovane monaco cercava consolazione partecipando attivamente ai riti della vita conventuale. Lutero era diverso dai suoi confratelli. Riconciliarsi con il Signore e fare la Sua volontà costituivano una costante preoccupazione per lui. Desiderava compiacere il Padre celeste. Dagli scritti che ci ha lasciato si intuiscono la sua angoscia, voleva trovare una risposta ai suoi dubbi; era l’unico modo per placare il suo tormento.

Dopo cinque anni d‘isolamento, Lutero non aveva ancora trovato le risposte che cercava. Nel 1510 ebbe l‘occasione di allontanarsi dal monastero. Fu mandato in missione a Roma, la capitale del Cristianesimo occidentale. Roma era a quei tempi la più importante meta di pellegrinaggio. Il pellegrinaggio giungeva fino alla tomba di Pietro. Lutero decise di sfruttare al meglio l’eccezionale occasione che gli era stata offerta. Lutero si mise in viaggio per l‘Italia, desideroso di giungere nella città eterna, dove erano custodite tante reliquie di santi e martiri.

Ogni anno decine di migliaia di fedeli vi si recavano in pellegrinaggio. Si indossava l’abito da pellegrino, si prendeva un bastone e ci si metteva in marcia. Ogni tanto ci si poteva fermare nelle misere locande che si incontravano lungo la via. Il viaggio era molto faticoso, una vera e propria penitenza: giunti alla meta, ai santuari, o alle tombe dei santi, dopo aver tanto patito, i viandanti si sentivano più degni di riceverne la Grazia.

Lutero e il confratello che lo accompagnò impiegarono due mesi per compiere il lungo cammino attraverso l‘Italia. Raggiunsero la città eterna nell‘ottobre del 1510. Roma era al culmine dello splendore rinascimentale. Michelangelo stava dipingendo gli affreschi della Cappella Sistina e Raffaello quelli nelle stanze del Vaticano. Per il giovane monaco quel soggiorno a Roma sarebbe stato una vera rivelazione. Lutero era un semplice ragazzo di provincia; conosceva solo le tre cittadine in cui era vissuto e non aveva mai visto il mondo.

Giunto a Roma, vide i magnifici cortei dei cardinali e i loro palazzi sontuosi. Si rese conto che lì il clero conduceva una vita “beata”: il clima era favorevole e il cibo invitante. Le sue certezze crollarono improvvisamente. Appena arrivato a Roma, il giovane Lutero provò un’emozione fortissima all’idea di trovarsi nella città santa. Nel cuore del cristianesimo, si aspettava di trovare una grande spiritualità. In breve tempo, però, si rese conto che la realtà era molto diversa da come credeva. Dietro alle meravigliose facciate dei palazzi e delle chiese, si celava un clero mondano e corrotto.

Nella capitale del cristianesimo, il denaro aveva importanza quanto la fede.  Ai tempi, il Papato aveva costruito un vero e proprio impero economico grazie ai flussi

di capitali da ogni parte d’Europa. I sacerdoti predicavano che dal denaro scaturisce ogni male. Eppure, le istituzioni religiose amministravano milioni di denari.

Lutero si rese conto che l’organizzazione finanziaria della Chiesa era ramificata in tutto il continente. Si sosteneva con i guadagni dei monasteri come il suo, con le donazioni dei fedeli e con le somme versate per ottenere una licenza di matrimonio o un titolo cardinalizio.

È importante ricordare che nel XVI secolo, il Papato era un vero e proprio stato; con un ruolo politico importante in Europa.

Lo Stato Pontificio aveva un’organizzazione simile a quella di un qualunque regno dell’epoca, con un’amministrazione burocratica, palazzi e sontuosi edifici di rappresentanza: tutto quello di cui disponevano i grandi prìncipi rinascimentali. Lo Stato della Chiesa possedeva anche un esercito e una roccaforte: sulla città dominava la mole di Castel Sant‘Angelo, sicuro rifugio per il Papa.

L’allora Pontefice Giulio II l’usava però raramente; preferiva partecipare di persona alle campagne militari, alla testa delle sue truppe. Coloro che rivestivano ruoli di spicco nella corte papale erano uomini d’affari, duri e spregiudicati; la presenza nello Stato Pontificio di dirigenti e amministratori di questo tipo spiega perché’ Roma, culla della spiritualità, fosse diventata un luogo di mondanità e corruzione.

Lutero rimase profondamente colpito dal cinismo del clero romano. Una volta tentò di pronunciare un’omelia in una delle splendide chiese della capitale, ma il sacerdote che lo affiancava gli ingiunse rudemente di sbrigarsi.

Al momento dell’eucarestia poi, quando il sacerdote prese il pane e lo consacrò perché diventasse il Corpo di Cristo, Lutero udì un altro religioso mormorare: «Pane e e pane resterà»

 

La delusione provata a Roma ebbe sul giovane Lutero un effetto sconvolgente. Era giunto in città convinto di vivere un’esperienza che avrebbe elevato il suo spirito; desiderava conoscere da vicino i vertici della Chiesa, perché’ si sentiva parte di quell’istituzione. Scoprì, invece, che nessuno li sembrava condividere le sue convinzioni. Lutero capì che anche i pellegrinaggi erano di fatto una fonte di guadagno perla Chiesa.

Per entrare nei sotterranei delie catacombe dove erano custodite le reliquie di migliaia di martiri cristiani, bisognava versare un obolo. Con quell‘offerta ogni pellegrino sperava di ottenere l’indulgenza, cioè la remissione della pena da scontare per i peccati commessi. Il peccatore pentito poteva sperare di sfuggire alle pene dell’inferno per raggiungere, dopo la morte, il Purgatorio.

Ottenere un’indulgenza significava ridurre il periodo di permanenza in Purgatorio per ascendere poi al Paradiso: era una prospettiva allettante per i fedeli, e un modo per assicurare alla Chiesa ottimi guadagni.

Lutero, nella sua ricerca della salvezza eterna, visitò tutti i principali luoghi di pellegrinaggio, anche se ormai dubbi e paure si erano impadroniti di lui. Quelle pratiche servivano veramente ad avvicinarlo di più a Dio?

Entrò in profonda crisi. Per la prima volta mise in dubbio gli insegnamenti della Chiesa, alla quale aveva dedicato la propria vita. «Chi conosce la verità?» Lutero fu deluso e amareggiato da ciò che vide a Roma: negli ambienti ecclesiastici regnavano la superficialità e la corruzione.

La città non rispecchiava affatto lo spirito del Cristianesimo.

Non aveva ottenuto le risposte che cercava e quell’ esperienza non lo aveva certo avvicinato di più al Signore.

Doveva trovare un altro modo per risolvere il suo dilemma. La vecchia vita del convento non gli offriva più alcuna consolazione, la salvezza, si confessava continuamente: lo faceva anche quattro volte al giorno, parlando fino a sei ore di seguito col confessore e trascorrendo il resto della giornata in penitenza. Mostrava uno strano atteggiamento verso questo sacramento: si confessava e veniva assolto; ma non provava nessun sollievo. La maggior parte dei monaci non si poneva troppi problemi a riguardo: era così che si otteneva la remissione dei peccati.

Lutero, invece, non era mai sicuro di essersi veramente pentito. Per questo si confessava di nuovo e, ancora una volta, riceveva il perdono. Eppure, poco dopo, nuovi dubbi lo assalivano.

La vita monacale si era trasformata in una sorta di incubo. Era il genere di esistenza che avrebbe dovuto garantirgli la salvezza, ma Lutero non vi trovava alcun conforto.

La sua mente e il suo animo erano in perenne tormento: non trovava risposta ai suoi interrogativi e provava un grande rimorso. Si chiedeva perché’ la vita monastica avesse soddisfatto i bisogni spirituali di migliaia di religiosi, ma non i suoi.

«Pur conducendo un‘esistenza irreprensibile, sentivo di essere un peccatore e la coscienza mi tormentava. Non credevo di poter far felice il Signore con il mio lavoro e, in verità, a volte mi sembrava addirittura di odiarlo. Allora mi infuriavo con me stesso e il mio animo era pieno di ansia e inquietudine»

Sarebbe stata l’intuizione di un confratello a permettere a Lutero di trovare una via d’uscita da questa crisi e a condurlo involontariamente alla rottura con la Chiesa.

Nel 1511 Lutero fu trasferito in un monastero più piccolo nella città di Wittenberg. Di fatto però era poco più grande di un paese, con un paio di chiese e un’università di recente fondazione. Qui il monaco Johann von Staupitz lo prese sotto la sua protezione.

Von Staupitz era Vicario generale degli agostiniani e capì di dover aiutare il giovane confratello a liberarsi dal vortice di disperazione in cui era caduto. Staupitz comunicò a Lutero l’intenzione di nominarlo professore di Sacra Scrittura presso la nuova università di Wittenberg; affinché non continuasse a tormentare sé stesso, lo spinse a interessarsi agli altri. Il giovane Lutero, timoroso, cercò in tutti i modi una scusa per tirarsi indietro: disse addirittura che quell’incarico lo avrebbe portato alla morte.

Staupitz gli rispose in modo ironico: «Bene, in Paradiso c’è molto da fare per gli uomini intelligenti come te» Il vicario aveva capito qual era il modo migliore di trattare Lutero: con benevolenza e ironia. Lo prendeva bonariamente in giro, ma aveva intuito che il giovane aveva molte doti: era intelligente e portato perla carriera accademica. Staupitz aveva capito che era necessario farlo concentrare su altre occupazioni: sperava che di notte, invece di tormentarsi pensando alla salvezza dell’anima, sarebbe crollato perla stanchezza dopo aver preparato le lezioni per il giorno seguente. Le intuizioni di Staupitz si dimostrarono esatte.

Dovendo affrontare una classe di studenti universitari cui spiegare i testi biblici, Lutero fu costretto a confrontarsi con il mondo che lo circondava, senza pensare ai suoi dubbi morali. Doveva presentarsi agli allievi con le idee chiare. Non si trattava più di riflettere in solitudine nella sua cella o di ragionare con i confratelli; in classe doveva imporre la sua autorità.

Si gettò a capofitto nel lavoro, approfondendo non solo i testi sacri in latino comunemente usati, ma anche edizioni in greco ed ebraico. Le riflessioni e le considerazioni elaborate studiando i testi fecero nascere in lui nuove certezze.

Tuttavia, proprio queste sue certezze mettevano in discussione l’intera dottrina della Chiesa. A Lutero era stato insegnato che bisogna impegnarsi per meritare la redenzione dell’anima. Col tempo, invece, egli si convinse che per ottenere la salvezza basta affidarsi completamente a Dio e attendere il dono della Grazia che il Signore liberamente concede agli uomini che si abbandonano a Lui.

Lutero cominciò a mettere in dubbio l‘utilità della Chiesa come istituzione; non c‘era bisogno dell‘intercessione dei sacerdoti o di solenni cerimonie religiose per guadagnare il Paradiso. Si deve instaurare un rapporto diretto fra uomo e Dio, non fra uomo e Chiesa. Le conclusioni cui era giunto sconvolsero completamente la sua Vita: fino ad allora aveva creduto che per ottenere la salvezza fosse necessario osservare le regole dettate dalla Chiesa.

Ora sentiva invece che la redenzione era una questione che riguardava esclusivamente l’uomo e Dio; nessuna istituzione terrena poteva per lui aiutare ad accrescere la fede del singolo, neppure poteva offrire il perdono dei peccati.

«Dopo aver maturato queste certezze mi sentii rinato. Ebbi l‘impressione che le porte del Paradiso fossero già aperte davanti a me»

Il monaco non poteva certo immaginare che allora le sue idee avrebbero scatenato disordini e insurrezioni in tutta la Germania.

Erano trascorsi sette anni dalla Visita a Roma.

Papa Giulio II era morto.

Nel 1513 gli era succeduto Leone X, figlio di Lorenzo de’ Medici.

Il nuovo Papa era attirato dai piaceri della vita. Viveva nel lusso più sfrenato e amava la buona tavola. Dopo due anni di pontificato Leone X aveva prosciugato le casse dello Stato della Chiesa.

Dovette sospendere i lavori perla costruzione della basilica di San Pietro, intrapresi qualche anno prima sotto Giulio II. La costruzione della basilica era uno dei progetti più grandiosi della storia: gli artisti, gli scultori e gli architetti più famosi del Rinascimento erano stati coinvolti nella sua realizzazione. Erano però necessari grossi finanziamenti.

Leone X allora trovò un modo per procurarsi nuovi fondi.

Per rimpinguare le casse dello stato ricorse a una pratica ampiamente sperimentata: la vendita di indulgenze. I fedeli pagavano per ottenere la redenzione dell’anima.

Si trattava, in sostanza, di un semplice foglio di carta, concesso in cambio di una certa somma di denaro, commisurata alle possibilità economiche del richiedente.

Era una specie di attestato, che garantiva a chi ne era in possesso la remissione dei peccati. La compravendita di indulgenze aveva un vasto campo d‘azione: potevano essere acquistate per sé ma anche per i defunti della famiglia. Acquistando l’indulgenza si aveva la remissione anche dei peccati più gravi, si otteneva il perdono addirittura per atti blasfemi.

Si mercanteggiava la salvezza dell’anima.

La somma che il Papato cercò di raccogliere nel 1517 era molto alta; ammontava a decine di migliaia di ducati; una cifra che oggi equivarrebbe a molti milioni di euro. Il Pontefice preparò accuratamente il piano di distribuzione delle indulgenze. Affidò al predicatore e frate domenicano Johann Tetzel il compito di venderle. Si rivelò una buona scelta pubblicitaria. Tetzel si dimostrò molto abile nel suo lavoro.

Con i suoi sermoni convinceva la gente a versare un’offerta in cambio dell’indulgenza e si dice che usasse brevi strofe in rima. Una di queste diceva: “Quando le monete nella cassetta tintinneranno, le anime del Purgatorio al Paradiso ascenderanno”.

 

Era un ottimo stratagemma per farsi lasciare un obolo. Leone X era sicuro di poter così sanare il bilancio pontificio con le offerte dei fedeli. Tetzel fu molto attivo in varie città tedesche. Anche gli abitanti di Wittenberg presto vennero a conoscenza della possibilità di acquistare le indulgenze.  Lutero notò che sempre più persone disertavano i suoi sermoni e correvano a sperperare il loro denaro dando credito a predicatori come Tetzel.

Lutero era indignato per come la Chiesa si stava arricchendo promettendo la redenzione. Per lui la salvezza era un dono incondizionato di Dio, ottenuto in virtù della sola fede. La Chiesa, non aveva alcun diritto di vendere indulgenze.

Per Lutero la questione si ripercuoteva anche a livello pastorale: i suoi parrocchiani erano convinti che avendo acquistato un’indulgenza non avevano più bisogno di confessarsi, poiché’ erano già sicuri di essersi salvati. Egli riteneva, invece, che si illudessero e che rischiassero la dannazione eterna.

Stavano correndo un grave pericolo; il problema era molto delicato: era in gioco la salvezza dell’anima di migliaia di persone. Il monaco tedesco, che era stato uno dei servitori più fedeli della Chiesa, si ribellò allora apertamente all‘istituzione cui aveva consacrato la vita. Il 31 ottobre 1517 scrisse un documento in latino in cui attaccava violentemente il papato: le famose 95 tesi, con le quali esprimeva la sua critica alla Chiesa di Roma e il suo fermo dissenso sulla vendita delle indulgenze.

Lo affisse, quindi, sulla porta della cattedrale di Wittenberg. Era un chiaro atto di accusa contro la più potente istituzione del tempo: «La grazia divina e donata liberamente a tutti, senza l’intervento del Papa. La vendita delle indulgenze e pericolosa; induce all‘autocompiacimento e mette in pericolo la salvezza dell’anima. Sarebbe meglio che il mettesse in vendita San Pietro distribuendo il ricavato ai poveri»

l 95 punti elaborati da Lutero rappresentavano una presa di posizione molto forte, poiché mettevano apertamente in dubbio i poteri papali. La prima tesi si riferiva direttamente alla questione delle indulgenze, affermando che per ottenere la salvezza erano necessari un vero pentimento e sacrifici reali, non bastava sborsare del denaro. Le indulgenze erano quindi una scorciatoia ingannevole.

A dimostrazione delle sue tesi, Lutero citava i passi del Vangelo in cui Cristo dice che la remissione dei peccati e frutto del pentimento ed e quindi un percorso molto arduo da seguire.

La questione sollevata da Lutero era importantissima.

Il monaco tedesco chiamava in causa i teologi e tutti coloro che fino ad allora avevano accettato gli abusi commessi in nome della Chiesa. Lutero si aspettava un dibattito sul tema; credeva che sarebbe stato puramente teorico, basato sulle Sacre Scritture. Non è chiaro se Lutero volesse intenzionalmente scatenare una polemica. A quei tempi, era cosa comune affiggere alle porte delle chiese testi destinati a discussioni accademiche. Erano dei blog di quei tempi!

Le 95 tesi non furono scritte per essere divulgate; erano redatte in latino, trattavano questioni dottrinali e alcune parti erano difficili da capire. Allo stesso tempo, però, considerando le dure parole con cui Lutero si scagliava contro certi abusi della Chiesa del tempo, riesce difficile pensare che il monaco volesse semplicemente aprire un dibattito “privato” con le alte sfere ecclesiastiche.

Lutero potrebbe aver considerato la possibilità che le tesi venissero lette anche dalla gente comune. In effetti, ben presto vennero pubblicate. L’opera di Lutero, conobbe un‘ampia diffusione grazie alla stampa.

La stampa a caratteri mobili era stata inventata meno di settanta anni prima da un altro tedesco, Johannes Gutenberg. Da allora erano sorte tipografie in tutta Europa, che riproducevano velocemente ogni tipo di testo, comprese le indulgenze papali.

Le 95 tesi di Lutero vennero subito pubblicate. Le idee del monaco tedesco si diffusero rapidamente nell’intera Germania. Nessuno poteva prevedere gli effetti sconvolgenti che avrebbero avuto per l‘Europa.

Le tesi mettevano apertamente in discussione l’autorità del Papa. Il Pontefice in persona aveva promosso la predicazione delle indulgenze e la loro vendita; l’intera operazione era avvenuta col suo consenso. Che diritto aveva un frate sconosciuto di contestarlo?

Lutero forse non sospettava che le sue idee avrebbero suscitato tanto scandalo soprattutto nelle alte gerarchie ecclesiastiche. La Chiesa cattolica era un‘istituzione potente, consolidata da centinaia di anni. Sapeva come trattare i ribelli dello stampo di Lutero: li bollava come eretici.

La condanna per loro era la morte.

«Il Signore sa che non intendevo provocare tutto questo. Non mi aspettavo che da Roma si scatenasse una reazione così violenta per un semplice “pezzo di carta”»

Lutero non si aspettava che le sue tesi generassero reazioni tanto gravi. A Roma i suoi scritti suscitarono orrore e sdegno fra gli alti prelati.

Non solo per le violente accuse rivolte al Papa, ma anche perché il loro contenuto, incontrava il favore popolare. Le tesi toccavano vari punti e affrontavano temi scottanti per l’epoca: il rapporto fra Chiesa ed economia, il problema della salvezza, come comportarsi per guadagnare il Paradiso.

La gente iniziò a nutrire dubbi sul modo in cui le autorità ecclesiastiche approfittavano del desiderio dei fedeli di assicurarsi la salvezza eterna; le tesi mettevano a fuoco problemi d’attualità e divennero perciò molto popolari.

La Chiesa bollò senza indugio gli scritti di Lutero. Li definì eretici e prese immediatamente provvedimenti in merito.

Per prima cosa fece distruggere le copie del testo in circolazione. In un secondo momento avrebbe provveduto a punire l‘autore. La pena più grave prevista per chi veniva accusato di eresia era l’esclusione dalla comunità dei fedeli e la consegna del colpevole alle autorità giudiziarie secolari; esse provvedevano a eseguire la condanna a morte che avveniva, secondo una definizione piuttosto ipocrita, senza spargimento di sangue cioè annegando o mettendo al rogo il prigioniero.

Già un centinaio di anni prima, un religioso boemo, Jan Hus aveva mosso alla Chiesa cattolica le stesse critiche di Lutero.

Fu invitato al Concilio di Costanza per dibattere le sue tesi, ma fu poi condannato al rogo.

La Chiesa aveva a disposizione un organismo molto efficiente per eliminare gli oppositori:

il tribunale dell’Inquisizione.

Chi professava idee non conformi alla dottrina cristiana rischiava di essere bollato come eretico e processato.

Lutero si era avventurato su un terreno molto pericoloso e correva concretamente il rischio di essere condannato a morte.

L’aspra reazione delle autorità ecclesiastiche, non suscitò in Lutero dubbi o timori; anzi accrebbe in lui determinazione e coraggio, che si rafforzarono nel tempo e col moltiplicarsi degli attacchi nei suoi confronti. Indubbiamente, il monaco tedesco fu intimorito da alcune minacce che gli vennero rivolte.

Era sostenuto però dalla salda convinzione che vivere la vita da vero cristiano vuol dire essere pronti ad affrontare ogni sofferenza.

Lutero interpretò la reazione contro le sue idee come una conferma alla sua vocazione di riformatore.

Continuò risoluto perla sua strada perché’ era un idealista, un uomo determinato e allo stesso tempo ingenuo. Fu ammirevole nel tenere ferma e incrollabile la sua fede in un ideale. Riuscì a resistere alle pressioni che gli venivano fatte come mai nessuno prima. Non prese in considerazione gli avvertimenti che gli venivano rivolti.

Il Pontefice invitò Lutero a ritrattare quello che aveva affermato nelle sue tesi.

Il monaco rifiutò.

Fu interrogato da un cardinale inviato dal Papa, ma non si lasciò intimorire.

«È adatto a occuparsi della questione quanto un asino a suonare un’arpa»

Anche quando arrivò sul suo capo l’accusa di eresia, Lutero mantenne il suo atteggiamento di sfida.

«Chiedo che mi spieghino in termini assoluti e non relativi, chiaramente e senza incertezze, ciò che essi considerano eresia»

Le alte gerarchie ecclesiastiche si trovarono in difficoltà perché’ più cercavano di mettere a tacere Lutero, più egli si convinceva che la sua opera di riforma doveva essere compiuta: «Volevo essere libero di credere senza essere sottomesso all’autorità di nessuno, che fosse un concilio, il corpo accademico o il Papa. Ero pronto a battermi per la verità e a difendere le mie idee a costo della vita»

A Roma, dunque si decise di procedere contro Lutero.

Papa Leone X ricorse all’arma più potente a sua disposizione: la scomunica. In quel modo avrebbe condannato il monaco alia dannazione eterna, mettendolo al bando dalla comunità dei credenti.

Per i fedeli cristiani, la scomunica papale significava che, in caso di morte senza riconciliazione con la Chiesa, l’anima era destinata alla dannazione eterna. La bolla di scomunica venne redatta presso la lussuosa tenuta di caccia che il Pontefice aveva fuori Roma.

Il testo riflette la passione per l’attività venatoria (caccia) che era lo svago preferito di Leone X.

“Levati o Signore, proteggi la tua Chiesa, perché un cinghiale della foresta sta

cercando di distruggere la tua Vigna. Dobbiamo agire contro Lutero, ottenere la sua condanna materiale e spirituale perché la sua fede e sospetta, infatti, si è dimostrata macchiata d’eresia”. La bolla, recante il sigillo pontificio con le chiavi di San Pietro incrociate, avrebbe dovuto segnare il destino di Lutero. Il monaco diventava passibile d’arresto da parte delle autorità civili o religiose.

Mentre Leone X da Roma preparava la scomunica, il pensiero di Lutero si diffondeva sempre di più. Lo sviluppo della stampa in corso proprio in quegli anni, fu provvidenziale per Lutero. Era un mezzo straordinario per far conoscere le sue idee e per diffonderle velocemente. La stampa apportò una vera e propria rivoluzione. Volendo fare un paragone con i nostri giorni, dovremmo riferirci al ruolo avuto da internet nello sviluppo dell’informazione. Grazie ai libri stampati le nuove idee potevano circolare e raggiungere un gran numero di persone.

Le novantacinque tesi di Lutero divennero famose nell’intera Germania. Egli capì che, attraverso i testi stampati, il suo pensiero si sarebbe diffuso velocemente. Si dice che Martin Lutero fu il primo abile divulgatore di idee, capace di sfruttare efficacemente il nuovo mezzo di comunicazione.

Si rese conto che, senza la stampa, non avrebbe potuto farsi conoscere da un pubblico tanto vasto.

Decise di scrivere una nuova opera: “Alla nobiltà cristiana di nazione tedesca”.

Il contenuto del testo si rivelò assai pericoloso perla Chiesa cattolica e il Papa.

Con astuzia, l’autore non si rivolse ai sacerdoti o alle gerarchie ecclesiastiche, ma alle autorità laiche tedesche.

Il fatto che Lutero indirizzasse il suo appello all’aristocrazia locale indica che iniziava ad avere una visione chiara della situazione politica del tempo. Capì che per portare a termine l’opera di riforma della Chiesa, avrebbe dovuto contare sul sostegno di chi deteneva il potere.

All‘epoca di Lutero, la Germania era un mosaico di stati indipendenti; ognuno era governato da un principe.

Tutti però facevano parte del Sacro Romano Impero.

Queste piccole entità politiche, sempre in lotta fra loro, non avevano la forza di trattare alla pari con Roma. In Germania da tempo vi era un atteggiamento critico nei confronti della Chiesa romana.

Lo scritto di Lutero faceva leva sul risentimento di coloro che detenevano il potere politico,

perché’ cambiassero quello stato di cose. Lutero descrisse Roma come un pozzo senza fondo, che inghiottiva le risorse economiche del popolo tedesco.

«Il denaro accumulato in Germania, sfidando le forze della natura, prende il volo al di là delle Alpi»

Descrisse la corruzione morale del clero romano; parlò del nutrito seguito e delle decine di segretari di cui il Pontefice amava circondarsi. Come tutti i Papi d’allora, Leone X si muoveva per la città con un corteo di assistenti e accompagnatori. Lutero voleva far sapere ai suoi connazionali come veniva speso il denaro che dalla Germania arrivava a Roma. In definitiva Lutero, senza mezzi termini, invitava i principi e le autorità laiche tedesche a sollevarsi contro Roma e il Papa.

«Ritengo che l‘unico rimedio rimasto all‘imperatore, ai sovrani e ai principi sia cingere la spada e contrastare con forza e determinazione questi parassiti, combattendoli non più con le parole, ma con le armi»

Le idee di Lutero erano rivoluzionarie: egli sosteneva che non solo il clero, ma anche i battezzati erano parte integrante dell‘istituzione ecclesiastica. Uno dei temi centrali del nuovo scritto di Lutero era l’importanza dei laici: non solo gli ecclesiastici ma ciascun fedele era stato investito da Dio del dovere di partecipare alla gestione dell’istituzione ecclesiastica.

Oggi potremmo dire che Lutero, proponeva la democratizzazione della Chiesa.

Le teorie rivoluzionarie contenute nell‘opera ebbero ripercussioni impreviste. Innanzitutto, permisero al monaco di sfuggire alle autorità ecclesiastiche che lo avrebbero processato e condannato.

La Sassonia, dove Lutero viveva, era governata dal principe elettore Federico III detto “il Saggio”. Egli aveva fondato l’Università di Wittenberg, dove il monaco insegnava, e decise di proteggere discretamente il religioso, rifiutando di consegnarlo agli emissari del Papa. Non sono chiari i motivi che spinsero Federico il Saggio a difendere Lutero; probabilmente il principe era orgoglioso di questo famoso e colto teologo che attirava studiosi e intellettuali in un‘università piccola, e fino ad allora poco conosciuta, come quella di Wittenberg. La presenza di Lutero le conferiva prestigio e importanza.

Era una notorietà conquistata correndo grossi rischi; però gli occhi del mondo occidentale erano tutti puntati sull’ateneo. Federico III comprese anche, che l’ultima opera di Lutero comportava implicazioni politiche che potevano tornargli utili. L’elettore di Sassonia, come i suoi predecessori, aveva tutto l‘interesse nel cercare di limitare il potere della Chiesa e da tempo tentava di farlo. Le idee di Lutero potevano essergli utili a questo scopo: Federico poteva usarle come pretesto per giustificare il suo modo di agire. Poteva appellarsi alle ingiustizie compiute da Roma sui cittadini tedeschi e dire di essere spinto da ideali più alti.

L’ultimo scritto del monaco tedesco, dunque, aveva suscitato interesse anche tra le più alte sfere politiche. Nel 1520 Federico il Saggio ricevette la visita del più potente monarca europeo: il sovrano del Sacro Romano Impero, Carlo V.

Egli era da poco salito al trono e riteneva Lutero un personaggio quantomeno scomodo. Carlo V era un fervente cattolico e intendeva dedicarsi alla difesa della religione cristiana; si era presentato come una sorta di paladino del Papato, anche se al momento della sua ascesa al trono aveva solo diciannove anni. Si era assunto un compito superiore alle proprie forze: l’attività riformatrice di Lutero ormai si era messa in moto ed era difficile tenerla sotto controllo.

Federico III

Federico III si dimostrò un abile diplomatico.

 

Persuase Carlo V a non consegnare Martin Lutero agli emissari del Papa. Il monaco doveva però presentarsi alla dieta imperiale, l‘assemblea dei principi del Sacro Romano Impero che doveva tenersi a Worms nel 1521. Lì avrebbe esposto le proprie ragioni davanti all‘imperatore. Lutero avrebbe così avuto la possibilità di parlare davanti a una prestigiosa adunanza. Sarebbe stato un momento cruciale per Lutero e perla Riforma: «Con i miei scritti e i miei libri non andavo in cerca di fama o elogi. Quasi tutti i miei conoscenti condannavano il mio stile brusco e pungente. Tuttavia, anche se i contemporanei mi biasimavano ero sicuro che le generazioni future avrebbero condiviso il mio punto di vista»

Un legato papale venne incaricato di diffondere in Germania le copie della bolla “Exurge Domine” che condannava 41 delle 95 tesi di Lutero come eretiche. Ne vietava inoltre la stampa e la lettura, intimando la distruzione delle copie esistenti. Gran parte della popolazione, però, ormai era schierata dalla parte di Lutero. Si dice che a Erfurt, dove il monaco aveva studiato, furono stampate centinaia di copie della bolla, ma gli studenti universitari le gettarono tutte nel fiume, dicendo poi provocatoriamente che se fossero state bolle, avrebbero dovuto galleggiare.

Le idee di Lutero riscuotevano sempre più successo fra la gente; se ne discuteva in ogni piazza. Lutero scriveva molto bene: il suo stile era pungente e molto diretto. Per questo tante persone ne erano affascinate; nessuno aveva mai osato rivolgersi al Pontefice e alle autorità ecclesiastiche con parole così schiette e dure: «Roma è un bordello, peggiore della più ripugnante casa di malaffare: ecco cos’è quella città»

Lutero dimostrò grande intelligenza. Era cresciuto tra i libri e lo studio e sapeva quali argomenti e quali parole attiravano l’attenzione di un certo tipo di pubblico: «Roma ospita un tale nugolo di parassiti da non temere il confronto con l’antica Babilonia. Il Papa dovrebbe astenersi dall’avere mani in pasta ovunque.»

Lutero usava un linguaggio semplice e diretto, a volte perfino ironico. Era pungente e arguto, ma allo stesso tempo profondo e capace di trasmettere sicurezza. Chi diventava oggetto delle sue critiche veniva “fatto a pezzi” dal suo sarcasmo. Accanto agli scritti di Lutero cominciarono a comparire illustrazioni, per dar modo a chi non sapeva leggere di capire il contenuto. Molte xilografie riproducevano il Papa che si abbandonava a una vita di corruzione.

Lo rappresentavano perfino come servo di Satana.

Lutero e i suoi seguaci iniziarono a concepire la lotta con Roma come un‘epica battaglia contro le forze del male.

Lutero non era un uomo moderno. Era nato e cresciuto in un clima ancora medievale: ai suoi occhi la lotta contro la Chiesa di Roma diventava una lotta contro l’Anticristo. In realtà la riforma si tradusse in un conflitto con un’autorità politica, ma il monaco tedesco la concepiva come uno scontro biblico, quasi apocalittico. Sul finire del 1520 Lutero era ancora impegnato a elaborare i prìncipi della sua riforma religiosa.

Mancavano pochi mesi alla Dieta di Worms e stava per essere colpito dalla scomunica papale. Il monaco stava lavorando a un altro scritto che avrebbe creato grande scandalo. L’opera che trasformò Lutero da semplice riformatore a pericoloso ribelle. Il titolo dello scritto era “La cattività di Babilonia”.

Si dice che per costruire il nuovo, a volte e necessario demolire il vecchio; i contenuti di questo libro in effetti sono duri e distruttivi. Accostando Roma a Babilonia, Lutero affermava che la Chiesa era prigioniera, intrappolata nel male, derubata della funzione che le era propria e guidata da uomini senza scrupoli. Quindi doveva essere liberata. In quell‘opera Lutero contestò anche la validità dei sacramenti.

Secondo la dottrina cattolica, solo ricevendo i sacramenti, mezzi di santificazione e salvezza, i fedeli possono guadagnare il Paradiso. Il compito di amministrarli spetta ai ministri del culto, cioè i sacerdoti. Lutero interpretò in modo diverso le Sacre Scritture, affermando che in esse si parli solo di due sacramenti. Il riformatore tedesco riconobbe il valore di due soli sacramenti: il battesimo e l’eucaristia. Con il primo si entrava a far parte del popolo di Dio; l’eucaristia, invece, secondo Lutero, era un modo per confermare la condizione di grazia acquistata con la fede.

Lutero sosteneva che gli altri sacramenti non fossero stati introdotti da Gesù, ma successivamente dalla Chiesa; per questo dovevano essere eliminati.

Il monaco tedesco metteva così in discussione prìncipi religiosi radicati da secoli, liberalizzando il rapporto fra uomo e Dio. Per la dottrina cattolica, i sacramenti, sono segni della grazia, un mezzo di santificazione per gli uomini. Per riceverli sono necessari i sacerdoti, testimoni di Dio.

Lutero sosteneva invece che la relazione fra l’uomo e il Signore fosse immediata e non avesse bisogno di intermediari.

Era il fedele a doversi pentire, nessuno poteva assolverlo. In sostanza Lutero sminuiva il ruolo del clero, investendo d’importanza il rapporto del singolo fedele con Dio, che doveva essere diretto.

«Ritengo che né il Papa, né’ i vescovi, né chi e stato ordinato sacerdote abbia il diritto di imporre alcun obbligo di fede alla comunità cristiana, perché ogni fedele può considerarsi sacerdote del Signore»

Lutero ridefinì il rapporto fra uomo e Dio, escludendo ogni intermediazione fra loro. Per lui gli uomini col battesimo diventavano sacerdoti, escludendo il sacerdozio ministeriale. Per lui non c’era distinzione tra clero e laici. Era un messaggio che sovvertiva completamente la tradizione cristiana. Nel dicembre del 1520 a Lutero venne consegnata la bolla papale “Exurge Domine”. Tuttavia, era ormai impossibile arrestare il processo da lui avviato: la Riforma protestante era in pieno svolgimento. Le idee di Lutero erano portatrici di un contenuto rivoluzionario anche dal punto di vista sociale.

Il monaco tedesco aveva messo in luce l’importanza della gente comune, di ogni singolo individuo.

Quando i ceti più disagiati della popolazione si convinsero di questo fatto, la situazione divenne incontrollabile. Lutero non si fece intimorire dalle minacce del Papa.

Gli si intimava di ritrattare il contenuto delle 95 tesi; per tutta risposta egli gettò la bolla nel fuoco: «Poiché avete corrotto la verità di Dio, che questo documento arda nel fuoco. Non ho paura e sono felice di soffrire per una causa così nobile»

Distruggendo la bolla, Lutero espresse platealmente il suo rifiuto di sottomettersi al volere del Papa. Sentiva di essere nel giusto.

Il 3 gennaio 1521 Lutero fu definitivamente scomunicato.

Si preparava alla resa dei conti: il confronto con le autorità imperiali alia Dieta di Worms.

«Anche venticinque anni fa era inverno, quando intrapresi il viaggio per recarmi a Worms; ero convinto di andare incontro alla morte. Come dissi allora, se l’imperatore mi avesse convocato per obbligarmi a ritrattare non sarei nemmeno partito. Pensavo, invece, che volesse condannarmi a morte e accettavo di buon grado la sua decisione»

Il 2 aprile 1521, Lutero partì alla volta di Worms; il viaggio durò due settimane. Era scortato da un araldo imperiale di Carlo V, per garantire la sua incolumità durante il tragitto.

Gli amici avevano cercato in ogni modo di dissuaderlo: erano convinti che non sarebbe tornato vivo. Durante il viaggio il monaco si rese conto che la gente conosceva e apprezzava le sue idee. A Erfurt accolsero festosamente il viaggiatore di passaggio. A Francoforte gli editori locali lo colmarono di doni; in fondo, grazie a lui, avevano venduto molti libri.

Durante il viaggio per Worms, la consapevolezza del successo che riscuoteva fra la popolazione gli diede coraggio. Lutero però non sembrava proprio il genere d’uomo che si montava la testa.

L’importante per lui era difendere i principi in cui credeva: era un idealista e un uomo determinato.

Avvicinandosi a Worms, Lutero fu assalito da sentimenti contrastanti. Certamente era spaventato; cosa gli sarebbe accaduto? Sarebbe tornato vivo a casa? D’altra parte, si rendeva conto di piacere alla gente comune e che le sue idee avevano scatenato reazioni incontenibili.

La mattina del 16 aprile, dopo un lungo viaggio, Lutero giunse alle porte di Worms. Il ricordo di quei momenti gli restò impresso per sempre nella memoria: «Quel giorno una moltitudine mi accolse festosamente; tutti gli abitanti si erano riversati in strada. Fui scortato da alcuni cavalieri attraverso le porte della città. Un prete mi venne incontro e mi toccò come se fossi un santo»

La gente fissava Lutero inebetita e lo acclamava; uno dei messi pontifici, tornato a Roma, riferì che nove persone su dieci gridavano a gran voce: “Evviva Lutero!”

E, per colmo di oltraggio, la decima inveiva contro il Papa. La Dieta di Worms fu un momento decisivo nella vita del riformatore tedesco, come sottolineò anche in seguito: «Era una giornata calda; il rosso del tramonto colorava il cielo. In un’unica sala erano riuniti i sovrani più potenti d‘Europa. I principi di Germania; Carlo V, imperatore del Sacro Romano Impero; il nunzio pontificio Johann Maier Eck. Dio aveva deciso di affidare la mia vita a questi uomini»

 

Lutero conosceva uno dei principi: Federico il Saggio. Sapeva, tuttavia, che il suo destino sarebbe stato deciso dal voto di tutti i convenuti. L’ambasciatore pontificio avanzò una sola richiesta: che Lutero ritrattasse tutto ciò che aveva scritto. Il monaco, rifiutò fermamente di rinnegare le sue idee.

Per Lutero fu certamente un’esperienza molto difficile. Riunite davanti a lui per giudicarlo c’erano le più alte autorità religiose e politiche del tempo. Gli fecero pressione in ogni modo per indurlo a sconfessare le sue idee per cui aveva lottato fino ad allora.

Gli mostrarono una pila di sue opere e gli fu chiesto se quei libri erano suoi: «Sì, tutti questi volumi mi appartengono; ne ho letti anche molti altri se vi interessa saperlo»

Rifiutò di rinnegare i suoi principi; sostenne le sue idee con parole chiare e dirette: «Non riconosco l’autorità del Papa né quella dei Concili, perché le loro decisioni sono contraddittorie. La mia coscienza è obbligata a restare fedele solo al Signore. Non posso e non voglio rinnegare le mie tesi.

Sarebbe errato e ingiusto agire contro i miei prìncipi»

Secondo quanto si racconta, Lutero concluse il suo discorso con una dichiarazione provocatoria e allo stesso tempo disarmante: «Eccomi, non posso fare altro; che il Signore mi aiuti. Amen»

Le sue parole furono rivoluzionare: un solo uomo osava sfidare le autorità per difendere le sue idee, sostenendo davanti ai potenti i principi in cui credeva, senza tradire la propria coscienza o accettare compromessi.

Fu una dei momenti cruciali perla nascita della moderna concezione di libertà individuale. Il suo comportamento a Worms fu molto coraggioso. Lutero scelse di non rinnegare le proprie idee e di lottare per quella che lui riteneva fosse la verità. Dimostrò di essere pronto a tutto pur di difendere la propria libertà di pensiero ed espressione. Dovette affrontare forze molto più grandi di lui, ma non tradì le proprie idee. Dopo l‘udienza gli fu concesso di tornare nel proprio alloggio. Gli venne riferito che avrebbe conosciuto il verdetto il giorno seguente.

Lutero era sicuro che gli emissari pontifici lo avrebbero consegnato all’Inquisizione affinché lo processassero per eresia. L’indomani ricevette una notizia inaspettata. La giuria non aveva espresso un giudizio unanime, come previsto dalle procedure delia Dieta.

Federico il Saggio si era astenuto. Il principe di Sassonia aveva capito che le idee del monaco potevano rivelarsi utili: Lutero poteva servirgli ancora per lottare contro lo strapotere del Papa e della Chiesa di Roma.

È probabile, però, che fosse anche interessato alle idee riformiste; voleva permettere al teologo di continuare il proprio lavoro. A Lutero fu garantito di poter tornare incolume a Wittenberg.

In realtà correva il rischio di essere arrestato dagli agenti pontifici, ma Federico trovò il modo di proteggerlo.

Organizzò un finto rapimento: Lutero fu prelevato lungo la strada e nascosto nella fortezza di Wartburg, isolata e difficilmente raggiungibile. Gli agenti del Papa non sarebbero riusciti a rintracciarlo. Lutero passò dal bagno di folla di Worms, dove aveva dovuto difendere pubblicamente le sue idee, alla clandestinità della vita nel castello di Wartburg. Passò così dalla grande euforia alla depressione.

Ricadde in quello stato d’abbattimento e angoscia che aveva caratterizzato i suoi anni giovanili in convento. Spesso provava anche la sensazione che il demonio lo perseguitasse, tormentandolo di continuo. C’è chi sostiene che a Wartburg, Lutero si sia trovato ad affrontare le tentazioni del maligno. Nella fortezza è conservata la scrivania a cui Lutero sedeva quando, secondo la tradizione, gettò una boccetta d’inchiostro contro il diavolo. Il monaco era convinto che fosse una presenza con cui confrontarsi quotidianamente. I mesi trascorsi in isolamento furono un periodo di regressione, di analisi interiore e malinconia. Si acuirono anche alcuni disturbi di salute che Lutero descrisse nei suoi appunti. Riuscì a liberarsi da quella situazione angosciante ricorrendo allo stesso metodo che, già in passato, aveva dato buoni risultati: lavorando.

Il monaco si gettò a capofitto nella realizzazione di un’opera molto complessa: la traduzione in tedesco della Bibbia. Voleva che tutti, anche i meno colti, fossero in grado di leggere la parola di Dio.

Nonostante il lungo periodo di isolamento a Wartburg, la fama di Lutero e di ciò che era successo a Worms si propagava velocemente.

Oramai era considerato un eroe, colui che si ribellava alle autorità. Le sue idee rivoluzionarie vennero accolte fra strati sempre più vasti di popolazione, in un processo a catena che coinvolse ceti sociali diversi.

La convocazione alla Dieta di Worms era stata un episodio di grande importanza simbolica e stimolò molti all’azione. All’improvviso il mondo sembrava diverso; come se, ricomponendo i pezzi di un mosaico, incredibilmente l’immagine risultasse cambiata. Le avvisaglie della rivolta si ebbero a Wittenberg, dove avvennero fatti inauditi. Monaci e suore si allontanarono dai conventi e dalle comunità. Parecchi sacerdoti non rispettarono più le leggi canoniche: si sposarono e cominciarono

a vivere come gli altri cittadini. Non fu solo una riforma religiosa: si trattò di una vera rivoluzione in campo sociale, economico e politico.

I fedeli, che avevano contribuito per acquistare quadri e icone dei santi per le chiese, le rimossero dai muri e le distrussero. La rivolta era ormai inarrestabile; partì dal basso, ma arrivò a coinvolgere i ceti più alti. Si delineavano i primi elementi della Riforma protestante.

Nella primavera del 1522 Lutero poté tornare a Wittenberg. Per il Papa, ormai, non si trattava più di tenere a bada un monaco ribelle.

Anche il religioso si rese conto che le sue idee avevano scatenato una vera e propria rivolta popolare. Per tutto il Medio Evo la Chiesa era stata radicata nel tessuto sociale. Era una presenza capillare nell’organizzazione e nel funzionamento delle comunità; mettendone in discussione l’autorità, era inevitabile che ci fossero ripercussioni sull’intera società.

Le comunità locali si organizzarono in modo completamente diverso; la Chiesa non era più l’unico punto di riferimento. In Germania e, in seguito in altre parti dell’Europa, le collettività iniziarono a interessarsi di questioni come l’ordine sociale, l’assistenza ai poveri e l‘istruzione, di cui prima si occupava la Chiesa.

Decisero di gestire queste problematiche in modo autonomo e a livello locale, definendo norme e regole autonome. A Wittenberg i seguaci di Lutero rivoluzionarono l’organizzazione cittadina. Dopo aver preso il controllo dell’amministrazione comunale, confiscarono i beni ecclesiastici per predisporre un nuovo sistema assistenziale, subentrando anche nella conduzione delle scuole un tempo gestite dalla Chiesa.

Tornato a Wittenberg, dopo il periodo di isolamento a Wartburg, Lutero scoprì che nella città erano avvenuti cambiamenti radicali messi in atto durante la sua assenza. La gente ne era entusiasta e credeva di aver interpretato la sua volontà; le rivolte popolari sembravano essere la logica conseguenza del pensiero riformista.

Il monaco, invece, fu inorridito da quel che era successo. Il suo pensiero era stato interpretato in maniera radicale ed estremista. Il teologo non aveva previsto cambiamenti così repentini e violenti. «Mi sono opposto alle indulgenze e agli abusi della Chiesa di Roma, ma mai con la forza.

Ho solamente insegnato, predicato e commentato la parola di Dio»

Dal pulpito, il teologo cercò di convincere i fedeli a fermare l’ondata di rivolte che ormai dilagava.

Li invitò a preoccuparsi della salvezza delle loro anime. Lutero non poteva impedire gli sconvolgimenti che stavano avvenendo nelle città e nelle campagne, ma cercò di arginarli. Non era uno sprovveduto; si rese conto che se le sue idee fossero state associate alla rivoluzione e alla soppressione della proprietà privata, avrebbero avuto contro le autorità laiche. Non poteva permettersi di perderne l’appoggio, per la propria incolumità e per l’attuazione pratica dei progetti di riforma. Nonostante i numerosi appelli alla popolazione di Wittenberg, l’ondata rivoluzionaria

crebbe e si diffuse in molte città. Lutero aveva dato il via a un fenomeno incontrollabile: come una valanga che precipita a valle si ingigantì lungo il percorso, travolse ogni ostacolo e prese una direzione imprevedibile, distruggendo la società medievale.

In tutta la Germania scoppiarono violente rivolte contadine. La lotta contro le autorità e per la libertà di pensiero portata avanti da Lutero, si era trasformata in lotta sociale.

Lutero affermava che l’uomo era libero e che in materia di fede non doveva essere soggetto all’autorità di nessuno. Questo principio venne frainteso, da chi viveva in condizione servile: il popolo vide nell’ideale di libertà, il diritto a emanciparsi dai padroni.

Nonostante il monaco ribadisse di non aver mai affermato una cosa del genere, i suoi scritti si prestavano a questa interpretazione.

Lutero scagliò contro i ribelli parole dure e violente: «Bisogna trattarli con fermezza, come si fa con la gente volgare. Dovranno obbedire alla legge sotto la minaccia delle armi; vanno trattati come le bestie feroci che si tengono in catene»

Alle parole del monaco, i Principi tedeschi fecero seguire i fatti. Furono uccisi oltre centomila contadini ribelli. Lutero usò un linguaggio violento: «Colpite, pugnalate, uccidete!»

Chi ammazzava un bracciante che si era ribellato al padrone, non compiva un gesto deprecabile, anzi andava apprezzato. Si espresse con termini così spietati che perfino i nobili, che avevano tutto l‘interesse a reprimere la rivolta, ne rimasero turbati.

Secondo la mentalità medievale di Lutero, i contadini rivoltosi erano personificazioni del male, come il Papa corrotto. Quando scoppiarono le rivolte rurali, il monaco si convinse che i ribelli fossero servi del demonio. Non li vedeva come esseri umani, ma come seguaci di Satana che si prestavano a compiere il suo volere. I contadini erano emissari del male e Lutero, in quanto rappresentante della Chiesa di Cristo, sentiva di doverli attaccare, senza pietà.

Il monaco tedesco rimase legato a una visione della vita come conflitto tra bene e male. Si scagliò con furia contro tutti quelli che, secondo lui, intralciavano la strada della salvezza eterna.

Oltre ai contadini, anche la religione ebraica fu oggetto delle sue invettive: «Rimanete sempre in guardia contro gli ebrei; sappiate che le loro sinagoghe sono solamente covi di esseri demoniaci dediti all’autocompiacimento, in balia di vanità e menzogna; essi agiscono in modo blasfemo offendendo Dio». Di sicuro, non sapeva che quelle parole avrebbero, quattrocento anni dopo, consacrato l’idea di un genocidio contro gli Ebrei.

Lutero era sempre radicale nel modo di esprimersi; non aveva vie di mezzo: quando voleva sapeva esprimersi con dolcezza, ma se avesse biasimato qualcuno sarebbe diventato molto aggressivo.

Il movimento riformista, scaturito dal pensiero luterano divenne un fenomeno inarrestabile. La nuova corrente religiosa, nota come Protestantesimo, si affermò soprattutto in Germania, Francia, Olanda e Belgio. Nei vari regni assunse caratteristiche diverse. A Ginevra, Giovanni Calvino (Jean Calvin) fondò una repubblica teocratica, caratterizzata da una severa disciplina.

I cittadini venivano addirittura multati se non prendevano parte alle liturgie. La Riforma arrivò anche in Inghilterra, dove, durante la guerra civile del XVII secolo, Oliver Cromwell fece della religione Protestante la propria bandiera. In America, nelle nuove terre appena scoperte, i Padri Pellegrini fondarono una comunità basata sui principi di libertà religiosa predicati da Lutero.

Il pensiero luterano nacque e si diffuse in un periodo storico delicato per l’Europa e contribuì a cambiare radicalmente l’immagine del vecchio continente: non era più l’Europa cristiana del Medio Evo.

Lo spirito e i principi nati dalla Riforma influenzarono la storia di altri continenti: dall’Asia, all’Africa, all’America. La riforma luterana trasformò radicalmente la cultura di una gran parte dell’Europa.

Negli ultimi anni di Vita, Lutero trovò un po’ di serenità. Sposò Caterina Von Bora, una ex-monaca, ed ebbe una famiglia numerosa. Continuò anche a dedicarsi alla scrittura. Lutero fu una personalità d’eccezionale carisma. Lo trasmetteva non solo parlando in pubblico, ma anche nelle pagine dei suoi libri. Era un uomo capace di attrarre le persone. La sua parola possedeva una forza travolgente: offrì una visione della salvezza che affascinò i suoi seguaci perché’ appariva reale e raggiungibile. Accettando il suo punto di vista, il mondo non poteva più essere quello di prima.

Lutero era esuberante, sfrontato, arguto, a volte persino spiritoso. Quel che rimane di quest’uomo nell’immaginario comune è però la sua grande determinazione: difese le proprie idee con tutte le forze; non si fece intimorire da nessuno e non accettò compromessi. Mise in risalto l’importanza dell’individuo e della libertà di ogni uomo, indubbiamente è entrato nella storia al di là della dottrina che elaborò.

Martin Lutero morì nel 1546, stroncato da un attacco cardiaco dopo essersi recato a Eisleben, durante un inverno gelido. La sua arguzia non venne meno neanche negli ultimi anni di vita; nemmeno di fronte alla morte perdeva il gusto perle battute pungenti. «Quando morirò, vorrei diventare un fantasma per continuare a molestare vescovi, preti e monaci empi in modo da dar loro molto più fastidio da morto di quanto non sia riuscito a darne mentre ero in vita»

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

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https://it.wikipedia.org/wiki/Martin_Lutero consultato il 27/12/2017

http://www.chiesaluterana.it/la-vita-di-martin-lutero/ consultato il 27/12/2017