Paolo e Francesca [The Cloves]

Articolo originale su The Cloves Magazine

Di quel che udire e che parlar vi piace, noi udiremo e parleremo a voi, mentre che ‘l vento, come fa, ci tace.
Siede la terra dove nata fui su la marina dove ‘l Po discende per aver pace co’ seguaci sui.
Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende, prese costui de la bella persona che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende
Amor, ch’a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m’abbandona. Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense». Queste parole da lor ci fuor porte.

Dante Alighieri, Inferno canto V, Cerchio II

 

Da sempre sono sinonimo degli amanti per eccellenza, sfortunati e vittime o crudeli traditori delle loro famiglie? Da loro sono scaturite ispirazioni per storie di triangoli amorosi in tutte le salse, ma la loro storia, come sarà andata realmente?

Dante ha provato a dirlo a modo suo … insomma, un bel modo, senza dubbio. Nel canto quinto dell’Inferno sono travolti dal vortice della loro passione, però, giunti nel punto del cerchio dove già si trovavano Dante e Virgilio, anche Paolo e Francesca possono godere di una breve sospensione della pena: la bufera cessa, o almeno si attenua, perché la volontà divina concede al pellegrino la possibilità di un colloquio. L’anima di Francesca assume il ruolo di portavoce della coppia parlando sempre al plurale, mentre in realtà Paolo resterà in silenzio per tutto il tempo. Vi è la circonlocuzione che tratteggia Ravenna, che nel Medioevo era molto più vicina al mare di quanto non sia oggi, non lontano dalla foce del Po, città natale di Francesca, figlia di Guido da Polenta il Vecchio.
Dante riporta, circa trent’anni più tardi, un episodio che dovette suscitare grande eco nell’Italia delle corti signorili del Duecento, perciò facilmente richiamabile alla memoria dei lettori suoi contemporanei, ma di cui non rimane traccia nelle cronache del tempo. Sappiamo infatti ben poco sull’unione d’amore che portò alla morte i due cognati. L’unico altro dato certo è che Paolo Malatesta risiedette a Firenze tra il 1282 e il 1283, con la carica di Capitano del Popolo: è possibile che Dante lo abbia conosciuto personalmente, ma in ogni caso la sua morte violenta e in così tragiche circostanze dovette colpire in modo particolare l’autore della Commedia, allora ventenne.
Ma non solo Dante è stato affascinato da costoro.
Vediamo allora come potrebbe essere andata la storia …

Un uomo avanza nel corridoio deserto, con passo cauto. Zoppica. Il rumore dei suoi passi è smorzato dai tappeti. Giunto alla porta della stanza, la spinge silenziosamente. È una porta secondaria i cui pesanti tendaggi ne nascondono la vista a chi sta all’interno del locale. Potrà osservare senza essere scoperto. Si ode un brusio indistinto: una voce di donna, intenta alla lettura, e una voce maschile, che l’interrompe di tanto in tanto con brevi commenti. L’uomo tende l’orecchio, ma inutilmente; non si odono chiaramente le parole. Ad un tratto, un silenzio improvviso, che si prolunga, accompagnato da lievi sospiri. L’uomo, inquieto, scosta i tendaggi. Con uno strappo violento scosta i drappi: lo spettacolo che si presenta ai suoi occhi lo riempie di furore. Un balzo in avanti, un grido di donna: sta per esplodere un dramma che getterà nel lutto due nobili famiglie e riempirà di sgomento le genti di Romagna.

15596bbe1a688accad26e6156bd80604Tre sono i protagonisti del dramma sanguinoso: una donna e due uomini. Per la parte che ciascuno di essi rappresenta nella tragedia, non c’è dubbio che il ruolo principale spetti a Francesca, forse per questo Dante la fa parlare nella Divina Commedia. Lei è una ragazza orgogliosa e appassionata, che a noi lettori appare ovviamente più vittima che colpevole, travolta da un destino sfortunato. Si chiamava Francesca ed era nata a Ravenna nel 1255. Suo padre era Guido III da Polenta, un uomo abile, che era riuscito ad assicurarsi il dominio della città e quello della vicina Cervia. Come tutti i signori del tempo, si era circondato di una piccola corte. Bella, intelligente, consapevole di rappresentare un’importante pedina nel gioco politico del padre, era cresciuta tra gli splendori di Ravenna, che non dimenticava il suo passato illustre di capitale dell’Impero Romano d’Occidente. Nei suoi sogni probabilmente si vedeva sposa al classico cavaliere, un uomo bello e audace come aveva letto nelle saghe epiche e nelle poesie dei trovatori provenzali, e da quelle dei poeti italiani aveva imparato che “amore e cuore gentile” sono una cosa sola e che di tutte le passioni che agitano l’animo umano, la più nobile è l’amore. Francesca sognava di amare con tutta l’anima il suo sposo e che sarebbe vissuta per lui e se lo immaginava ovviamente simile allo Charming delle fiabe.
Invece le toccò uno sposo sciancato … Ignara dei compromessi della politica, Francesca non immaginava neppure che il padre potesse far cadere la sua scelta su un uomo che non fosse bello e amabile.
La sua delusione, quando finalmente conobbe lo sposo, fu perciò atroce. Giovanni, figlio di Malatesta, signore di Rimini, era senza dubbio un uomo valoroso, come dimostravano le molte battaglie da lui vinte, ma fisicamente sarebbe stato giudicato repellente da chiunque. Aveva un viso brutto e volgare, era gobbo e per giunta zoppo. Quest’ultimo difetto gli era valso l’appellativo di Gianciotto, cioè Gianni lo “zoppo” (“ciotto” significa appunto zoppo). Secondo Giovanni Boccaccio, sarebbe stato invece architettato un piano diabolico, affinché Francesca si trovasse legata senza saperlo a un uomo che altrimenti avrebbe di certo respinto. Secondo quanto ci narra l’autore del Decamerone, a Ravenna si sarebbe recato il fratello minore di Gianciotto, il bellissimo Paolo, che avrebbe “recitato” la parte dello sposo perfino davanti all’altare. Di conseguenza, la fanciulla avrebbe scoperto l’inganno di cui era stata vittima solo a Rimini, e dopo la prima notte nuziale, quando alla luce del giorno avrebbe scorto accanto a sé la goffa figura di Gianciotto.
All’epoca delle nozze Francesca aveva vent’anni ed era nel pieno della sua bellezza. Gianciotto quando vide la sposa non esitò ad innamorarsene perdutamente. Ma lei, nonostante i di lui sforzi non poteva ricambiare l’amore di Gianciotto, si sforzò lo stesso di essere una buona moglie. Essa diede al marito due figli: prima un maschio, che mori quando aveva solo pochi mesi, poi una bambina, che fu battezzata col nome augurale di Concordia. E a poco a poco, mentre gli anni passavano, la vita dei due coniugi parve avviarsi verso una tranquilla e monotona convivenza.

Mosè Bianchi, Paolo e Francesca, 1877
Almeno fino al ritorno dell’affascinante Paolo. Anche lui è sposato e per di più padre di due figli; ma è rimasto tuttavia un ragazzo facile a infiammarsi, ed è abile marpione.
Paolo incomincia la sua corte alla lontana, parlando di poesie e di romanzi, discorrendo dell’amore e dei suoi effetti, come vuole il codice di cavalleria dei tempi. Francesca lo segue su questo terreno minato, sicura di non scottarsi, di essere sempre in grado di ritirarsi se il gioco accennasse a diventare pericoloso. Non si è ribellata a vent’anni, quando ne avrebbe avuto ogni diritto, figuriamoci se commetterà una sciocchezza adesso. Gianciotto non è cieco e un giorno interviene dichiarandosi disturbato dalle chiacchiere col fratello, dice che la gente fa presto a parlar male (il gossip era gossip anche allora). Francesca si ribella, si sente messa in discussione ma il marito non può fare altro per contrastare l’ineguagliabile fratello: lui è brutto e non s’intende né di fascino né di poesia.
Così lei non allontana Paolo e l’inevitabile accade. A furia di parlare d’amore, si scopre innamorata. E Paolo altrettanto. E anche a loro capita come nelle storie che leggono: come Ginevra e Lancillotto, Tristano e Isotta non possono far altro che abbandonarsi al loro sentimento e amarsi. Ora Francesca dimentica quasi del tutto l’esistenza di Gianciotto e Paolo quella della propria moglie. Sicché, Gianciotto, messo sullo id avviso da una spia, li sorprende mentre si baciano teneramente. L’uomo tradito prende il pugnale e si precipita sul fratello. Paolo fa per fuggire. Impazzita dall’orrore, Francesca si getta fra i due. Gianciotto non vorrebbe colpirla, perché nonostante tutto l’ama; ma il gesto della donna lo coglie di sorpresa e non potrà impedire al proprio pugnale di ucciderla. piomba addosso al fratello. È la fine. Vendetta è fatta.
Dove è avvenuto l’ultimo atto della tragedia? C’è chi dice a Gradara, chi a Rimini e chi a Sant’Arcangelo di Romagna: la cosa non è stata mai accertata con sicurezza.
II duplice delitto di Gianciotto gettò nel lutto le famiglie Malatesta e Da Polenta, ma non fu causa di nuove lotte. Tutti ritennero giusta la feroce vendetta del marito offeso. Questi sposò poi una vedova, Zambrasina Zambrasi ed ebbe ben cinque figli. Morì nel 1304.

Le due famiglie: I Da Polenta trassero il proprio nome dal castello di Polenta, presso Bertinoro, che in origine apparteneva agli arcivescovi di Ravenna. Per più di un secolo e mezzo ebbe il dominio della città. L’uomo che ne affermò la potenza fu il padre di Francesca, Guido III, detto anche Guido Minore. Tra i suoi discendenti va ricordato Guido Novello, che divenne signore di Ravenna nel 1316 e che ospitò a lungo Dante Alighieri. La famiglia si estinse verso il 1440. Invece, i Malatesta erano un’antica famiglia, che si vantava di origine romana, si affermò con Malatesta da Verucchio, che nel 1239 fu fatto podestà di Rimini. A lui successe il figlio, Malatesta Il padre di Gianciotto e di Paolo, che dominò su molte terre della Romagna e delle Marche. In seguito, si ebbero lotte lunghe e drammatiche e contrasti violenti tra i vari eredi, che lasciarono dietro di sé una lunga catena di delitti e di sangue. La famiglia dei Malatesta si estinse verso la fine del 1400.