Cyberharassment: quando del bullismo non si ha più l’età

di Candle Cove

Istigazione al suicidio: Quante volte abbiamo sentito questa frase negli ultimi due anni, in particolare da maggio 2017 quando è passata la legge sul cyberbullismo, ma quante volte è stata ignorata comunque?

Lungi da me far passare in secondo piano casi di cronaca da far tremare, ragazzini e ragazzine spinti ad uccidersi dalla disperazione e vittime non solo dei coetanei crudeli ma di un abbandono generale da parte di chi, mi si passi la ripetizione, dovrebbe stare dalla loro parte. Però c’è anche una brutta faccia della medaglia, che è quella della pressione mediatica che, ad esempio, telefilm come “13 reason why” suggestionano e, purtroppo suggeriscono. Invece di arginare, curare, a mio avviso ammalano. Poi sono inutili seconde stagioni fatte con quella che noi vecchi chiamiamo “una mano davanti e una dietro” composta da prologo con avviso e messaggio finale che rimanda al sito per chi è vittima di bullismo o molestie. Sono palliativi ridicoli della produzione che non aiutano una persona che sia una perché, purtroppo, è più facile il fenomeno emulazione della richiesta di aiuto. Perché, malauguratamente, nell’era dei social network, il ragazzino sceglie di essere un fenomeno di Youtube piuttosto di sopravvivere, non capendo che la morte è la fine di tutto e chi resta ha solo dolore, amarezza e rimpianto.

Poi si fa sempre presto a dare colpe, a puntare il dito verso genitori, parenti e insegnanti ma ormai una giovane vita si è spenta troppo presto e i rimorsi o i rimpianti poco possono fare per riportarla indietro.

E fin qui niente da diredi fronte alla morte di un adolescente non ci sono parole, di consolazione o di accusa che possano reggere il dolore, lo sgomento e la paura. Sì, la paura che domani possa accadere a tuo figlio, tuo nipote o al tuo alunno.

Però poi, sovviene una domanda: quando questo accade a chi non è più “teenager”, chi quell’età ce l’ha due o tre volte, allora si pensa che “da adulti” si sia in grado di sostenere il “bullo”, che non è più tale perché ha superato l’età, allora diventa il molestatore, lo stalker o semplicemente l’imbecille di turno. Sì, che per chi ha spalle e pelo sul petto può suscitare quasi ilarità, ma chi invece, nella propria vita ingoia da quando era teenager, o sopporta perché per sesso o gender deve sentirsi giudicato, perché magari ha perso troppo presto un genitore o è incappato nella relazione sbagliata finita male e incrocia “l’imbecille di turno”, è difficile che il risultato finale non sia lo stesso e altrettanto disperato della ragazzina derisa su Instagram perché grassa o nerd.

Questo è successo alla protagonista della nostra storiaintellettuale collega, una donna e madre di un’adolescente (incappata anche lei nella coetanea con una carenza di ceffoni dati al momento giusto, perché diciamolo, il gluteo del ragazzino è concepito per lo scappellotto educativo, al pari di certe prestazioni adulte da cinquanta sfumature, c’è poco da fare i falsi moralisti, perché quando c’è da dare una sana sculacciata ai figli ci si sente tutti eredi del conte Ugolino, ma se questo è nella stanza rossa da adulti allora tutto è lecito, quasi d’obbligo). Sopra i 40, la nostra protagonista non incontra Christian Grey, ma un imbecille ignorante di turno, vergine di sculacciate di ogni sorta che, ancora non si sa bene per quale reale motivo, decide di rovinarle la vita e la carriera, con quello che pure Dante definirebbe “sputtanamento mediatico”.

Luana Loreti, studentessa di Foligno vince nel 2016 il concorso del Rotary club per sensibilizzare al problema del cyberbullismoTutto parte da un libro, scritto a quattro mani, ma due di queste sono state fraintese e messe alla gogna per una semplice gelosia da numero di fan di una pagina Facebook che trattava l’ennesimo argomento. Si sa, i fan di quel social non pagano come le visualizzazioni di Youtube, ma fa niente, la vanagloria calza a pennello a tanta gente, anche se la nega pubblicamente, anche se si nasconde dietro chi ha la faccia più tosta o il narcisismo più sviluppato.

Così, preso da una mania di persecuzione senza pari, dettata dal niente senza pane (come diceva mio nonno) e da un’invidia assurda, da prima elementare, dove primeggiare era una gara al voto più alto e non era ammesso avere 10 come altri nella classe, come per una medaglia d’oro inesistente nell’olimpiade nel vacuo, vanesio e assurdo (da mettere con le lauree all’università della vita e di cui mai si è passato l’esame di coscienza) … il personaggio in questione, l’imbecille di turno cosa fa? Inizia una crociata dicendo di essere vittima di chi in realtà lo ignora, di chi per poco tempo è stato anche amico più di altri più “reali”, tutto sulla base di una paranoica convinzione basata su una diffamazione del nulla. E se come dice un collega “la matematica è una lingua”, zero per zero fa zero, allora dove non c’è niente non c’è neanche qualcosa di cui sparlare. C’era stato un consiglio, sulla base di quanto detto all’inizio: evitate di mettere in croce qualsiasi commento infelice, meglio cancellarlo che partire con giorni e giorni di crociata. Ma la legge dei numeri dice che uno “sputtanamento mediatico” fa like, fa fan e il tempo è stato la prova più lampante di questo: in due mesi di gogne mediatiche la stessa pagina ha guadagnato 20.000 e passa fan, contro otto mesi di “boyscout” in cui i fan sono cresciuti di qualche centinaio appena.

Tutto questo solo per una sbagliata interpretazione del concetto di un libro, per una paranoica e ossessivo compulsiva voglia di superare il rivale, colui che si era deciso essere il persecutore, colei che era pazza psicopatica che aveva peccato solo di farsi i fatti suoi e pensare alla sua arte e al suo lavoro.

Così, un bel giorno di fine agosto, il signor di turno, non pago delle provocazioni, ci mette di mezzo un neonato perché era l’unico modo rimasto per far scattare l’opinione pubblica (c’era anche l’animale domestico ma ormai l’estate era finita) e dall’altra parte hanno chiuso i battenti. Soli, in silenzio ma arrabbiati, tanto arrabbiati.

Certo, l’imbecille di turno aspettava una reazione diretta, un attacco frontale, e invece no. Allora se l’è dovuto inventare: aveva i mezzi, mesi da spione erano serviti a creare il fake perfetto con il commento perfetto per far scoppiare la bomba. Con un solo errore: non aver mai letto un solo libro o un solo post dell’accusata. Da realmente malata di mente, senza offesa per la cara collega, lei sta approvando le mie parole, da persona sofferente di una rara e grave forma di depressione, con una sorta di quello che lei definisce (senza alcuna pretesa medica) un “pizzico di autismo”, forse per quel narcisismo di cui è stata additata da illustri e convinte sconosciute, lei, anche con un fake, non avrebbe mai messo un numero maggiore di tre punti esclamativi. Questo ha reso il post del finto fake già carente all’inizio. Ma è ovvio che i topi seguaci del pifferaio non potevano sapere, come ignoravano che il numero di “reati” imputati alla collega era pari a 1, non compiuto da lei ma dall’imbecille e che si chiama diffamazione.

Ma questo ha portato, per via della patologia suddetta, la collega a graffiarsi il viso, ad andare alla polizia con l’aspetto di un crocifisso fiammingo, a fare denuncia disperata e a rivolgersi ad un avvocato penalista nella speranza di cancellare un post che invece ha perdurato per mesi, che poi si è tramutato in un finto buonismo travestito di falsità con tanto di frecciatine nascoste nel giorno giusto e con l’oggetto giusto. Ma come poteva la nostra amica andare alla polizia e dire che il giorno del compleanno della figlia l’imbecille, non si sa bene come, aveva postato una torta inutile nella pagina? Oppure immagini di statue classiche prese dai suoi saggi ma sempre in tema con la pagina?

Come può oggi, la collega andare alla polizia o dall’avvocato (che purtroppo l’aveva messa in guardia dicendo che sarebbe servita a poco una lettera di diffida) a dire che l’imbecille le ha segnalato tre innocui profili di suoi personaggi e la nuova pagina legata ai suoi 15 libri per truffa?

Cosa può fare la collega fragile di fronte a tanta mafia mediatica se non prendere in considerazione di vivere all’ottavo piano e tentare un carpiato?

Sarebbe una morte di una 45enne, non di una 14enne, ma una madre, una moglie e un’artista per cosa? Un numero di fan o una battuta che, più di un anno fa potrebbe aver evitato all’imbecille danni notevoli. Per cosa allora? Cosa ci ha guadagnato l’imbecille di turno da tutto questo? Istigandola al suicidio, forse, attirerebbe l’attenzione e, quei tanti odiati libri farebbero sicuramente il picco, perché il caso umano va di moda come non mai oggi!

Perché la domanda cui nessuno sa rispondere sia di fronte al cyberbullismo che al cyberharassment è perché “il cattivo” agisca. Forse prima di dare mille opzioni a chi è disperato e non vede altro che la propria disperazione, bisognerebbe trovare un modo per porre un freno agli attori principali, a chi molesta, prima di chi subisce. Perché la vittima sta già troppo male per fare tutto da sola. Le punizioni devono essere reali, visibili, senza attenuanti perché in questo modo, di “Hannah Baker” se ne trovano tante e di ogni sesso o età, e farne una serie di successo non risolverà la cosa, ma peggiorerà la situazione. Allerta spoiler: guardate come finisce la seconda stagione di “13 reason why” e avrete la risposta e la soluzione di questo articolo.

P.S.

La collega ha lasciato Facebook. Non so dire se momentaneamente o definitivamente. Per quello che ne so, è una perdita per la letteratura e la cultura che ad una persona con non solo dei titoli accademici notevoli (che, come direbbe lei ornano una parete e basta), ma con una sensibilità, un cuore e una poesia uniche e meravigliose, a favore di un imbecille ignorante e che, eccetto qualche battuta sporadica che può far o meno ridere, non cambia la storia, non quella dell’arte e neanche dell’argomento di cui tratta nella sua pagina. Ma questi sono i social: sono sociali perché c’è tanta gente, ma deleteri per i giovani (perché pretendono di forgiare e educare), e distruttivi per artisti, sensibili e plagibili.

Per tutti coloro che subiscono come lei: giovani o meno giovani, non arrendetevi. Siete voi i migliori, perché la qualità non è la quantità. Chiedete aiuto non una, ma dieci o cento volte. Tra chi non capisce, c’è di sicuro un’anima pia che lo farà e proverà ad aiutarvi. Non reagite ma difendetevi. Non arrendetevi.

La morte è l’ultima spiaggia e da lì non si torna indietro. Non vedrete mai il risultato di un gesto così estremo e chi ve l’ha causato non sarà mai punito abbastanza, lottate, nella legalità, ma ritrovate voi stessi. Chiedete aiuto a chi vi ama, o a chi vi fidate. Ignorate gli imbecilli. Non permettete che uccidano i vostri sogni.

Per sorriderci sopra: guardate la reazione dello Youtuber Favij nel video di copertina.