Catullo poeta dell’amore

 «Da dove venite? chiese Cicerone al giovane dai capelli crespi e rossicci che gli stava dinanzi. Certo non mi sembrate romano!»

«Vengo da Verona. rispose it giovane e mio padre ha una villa a Sirmione, Sul lago di Garda. È il luogo più bello del mondo. A notte, tra gli alberi, cantano gli usignoli e una fresca brezza mitiga il calore dell’estate» 

«Parlate molto bene osservò Cicerone e ditemi: che cosa siete venuto fare a Roma?»

«A godere la compagnia delle belle fanciulle rispose senza esitare il, giovane»

«Ma bravo! esclamò Cicerone. a Un programma ottimo!» Sorrise. «Venite a trovarmi alle terme, Verso sera. Vi farò conoscere la donna più bella di Roma» 

L’ INCONTRO CON CLODIA

L’invito era allettante e il giovanotto non mancò all’appuntamento. Cicerone, dal canto suo, mantenne la parola. Con un fare tra il protettivo e il divertito, portò il giovane davanti alla gran dama, ignaro di accendere nel cuore di lui una fiamma inestinguibile. Misteri dell’amore. Quando la donna, che si chiamava Clodia ed apparteneva a una delle più illustri famiglie di Roma, abbassò i suoi occhi fatali sul ragazzo che le veniva presentato, fu come se con un colpo solo spazzasse dal suo cuore tutte le creature di sesso femminile che aveva conosciute: e non erano poche! Da quel momento il giovanotto non visse che per lei, per magnificarla e adorarla; per insultarla anche, ma sentendosi sempre legato a lei da un nodo che niente e nessuno, mai, avrebbe potuto sciogliere, Odio e amo! esclamerà un giorno. Come ciò sia possibile non lo so; ma è cosi e mi tormento! E il suo grido angoscioso varcherà i secoli, sarà il grido di tutti gli innamorati, sotto tutti i cieli, dovunque un uomo o una donna avvertiranno il morso tremendo delle pene d’amore. Misteri dell’amore, abbiamo detto. E bisognerà ora aggiungere che il giovane, nonostante avesse poco più di vent’anni, di donne aveva già molta esperienza. Aveva cominciato a Sedici anni, quando abitava ancora a Verona, e da allora la sua vita non era stata altro che un susseguirsi d’avventure più 0 meno piccanti.

E Roma poi pullulava di ragazze facili e di matrone compiacenti. Per uno come lui, che non aveva niente da fare tutto il giorno, le avventure erano a portata di mano, tanto più che era generoso e spendeva volentieri cifre superiori a quelle che gli avrebbero consentito le sue rendite.

Ma proprio qui è il mistero: il giovane viziato, che cento amori venali avrebbero dovuto rendere cinico, aveva conservato intatta in sé una enorme capacità di amare col cuore prima ancora che coi sensi.

Ed ecco Clodia apparirgli come una dea, ecco i suoi bellissimi occhi vincere in splendore quelli di qualsiasi altra donna, ecco il suo piccolo naso aristocratico assurgere alla perfezione, tanto da non sopportare paragoni di sorta, ecco il suo riso suadente espandersi nell’aria come una cascata di note argentine, ecco… Dove porterebbe questo elenco? Clodia è inimitabile, è unica, è Venere discesa in terra, è l’amore incarnato, è la sua donna e basta!

Solo Saffo ha cantato l’amore cosi, con tanto impeto e freschezza di sentimenti. Ma alla gioia della poetessa di Lesbo il nostro innamorato aggiunge il dolore, il tormento, la gelosia, il dramma. E miracolosamente tutto ciò ch’egli dice è insieme nuovo e antico, è eterno.

Si tratta di un lungo monologo, spezzato in tanti capitoletti (le varie poesie), ciascuno dei quali rappresenta un momento di questa passione divorante e assoluta: dagli acuti della gioia ai bassi dello sconforto, della rinuncia. Forse nessun poeta, prima e dopo di lui, seppe trovare accenti cosi puri e cosi alti nel mettere a nudo il proprio cuore.

IL TRADIMENTO E LA MORTE

Ma chi era precisamente questo giovane che nella Roma di Cicerone rinnovava il miracolo che già Saffo aveva compiuto a Lesbo, alcuni secoli prima? Si chiamava Gaio Valerio Catullo e apparteneva a una famiglia distinta e agiata, che vantava l’onore di avere avuto come ospite Cesare, quando il grande condottiero era stato di passaggio a Verona. Non è da escludere anzi che il futuro poeta avesse giocato da bambino sulle ginocchia dell’uomo la cui potenza, ora, non aveva l’eguale a Roma. Eppure, per farsi bello agli occhi degli amici e dimostrarsi spregiudicato al massimo, Catullo non esitò a scagliare contro Cesare alcuni epigrammi feroci. Poi attese, forse tremando un pc»: la reazione dell’interessato. E questa non si fece attendere. Un giorno Cesare lo incontrò per la strada, lo salutò affabilmente lo invitò a pranzo! Ma Cesare era un personaggio unico. Invece, quando Catullo se la prese con un luogotenente di Cesare, un certo Mamurra, questi perse la pazienza e incaricò un gruppo di servi di dare una solenne lezione all’impertinente poeta.

Fu così che Catullo apparve dinanzi a Clodia con i segni vistosi delle bastonate ricevute. E la donna s’intenerì, perché capi che quel giovane era fatto solo per 1a poesia, assolutamente inadatto a un mondo di prepotenti. Forse cominciò ad amarlo proprio da allora. Clodia era sulla trentina. Bellissima, conduceva una vita splendida e disordinata, cui unica regola era il capriccio. Aveva un marito che non amava e che presto la lasciò vedova (ucciso da un misterioso veleno?) e un fratello, Clodio, che spadroneggiava in Roma. Dovunque andava, le faceva coro un gruppo di spasimanti, che pendevano dalle sue labbra ed erano felici anche solo di seguire la scia delle sue vesti profumate.

Clodia era colta, raffinata, sapeva di poesia e di politica, adorava la musica e la danza. Catullo la guardava e pensava a una dea, pensava a Saffo rediviva. E in onore di Saffo nei suoi versi la chiamò Lesbia, cioè una creatura dell’isola di Lesbo, la patria dell’immortale poetessa. E vennero i giorni dell’amore pazzo, sfrenato; dei baci che non si contano, perché l’invidioso non getti il malocchio sulla coppia felice

Ma poteva fare affidamento sui giuramenti di Lesbia? Ciò che dice una donna al suo amante, afferma Catullo, bisogna scriverlo nel vento. Eppure, Lesbia dovrebbe essergli fedele, perché mai nessuna creatura umana fu amata tanto quanto lo fu lei. Nonostante le sue esperienze, Catullo in amore è come un bambino: si esalta e si abbatte per un nonnulla, vorrebbe strapparsi Lesbia dal cuore e, nello stesso tempo, viverle sempre accanto. E la donna gioca con lui come il gatto col topo: è la più forte, lo sa e ne approfitta. Lo tradisce, certo, ma a suo modo gli vuol bene. Non lo ha forse reso felice andando a trovarlo nel colmo della notte, quando egli osava appena sognare di sfiorarle una mano? E che cosa è poi questa pretesa della fedeltà assoluta? Le è forse fedele lui, che si lascia abbindolare dalla prima ragazza che gli capita sott’occhio? Clodia ha ragione. Ma Catullo è fatto così. Alle parole, ai fatti, non sa opporre che il suo amore. E va per le vie di Roma come un condannato a morte, col suo aspetto smunto e gli occhi che brillano di febbre: a volte ha il sospetto di essere vittima di un terribile sortilegio. La donna ch’egli ama si chiama Lesbia, è simile a una dea. Che cosa può avere essa in comune con Clodia, l’aristocratica superba e smaniosa di godersi la vita fino in fondo? Ed ecco che una tremenda sciagura si abbatte sul giovane poeta: il fratello tanto amato si spegne lontano dalla patria, in Asia Minore. Allora Catullo abbandona Roma e si ritira a Verona, nella casa paterna. Ma proprio qui lo raggiunge la lettera di un amico il quale gli annuncia che Clodia gli ha preferito un altro uomo, il forte e aitante Marco Celio Rufo. Che fare? Catullo ritorna in fretta e furia nella città eterna in preda a una disperazione senza limiti e si abbassa a chiedere le briciole di quell’amore che lo ha esaltato.

E la donna volubile e imprevedibile, contro ogni speranza, gli torna fra le braccia. Ma è breve illusione. Catullo capisce che non può andare oltre sulla via dei compromessi. Allora decide il distacco definitivo. Si strappa Clodia dal cuore e parte per un lungo viaggio. Raggiunge l’Asia, s’inginocchia sulla tomba del fratello. Poi torna, stanco e malato. A chi lo avvicina dice con un mesto sorriso che ormai vive solo con gli dei. E Clodia? Che stia bene e si diverta. Non andrà mai più da lei. Ha ucciso il suo amore cosi come l’aratro che traccia il solco recide un fiore e lo abbandona sul ciglio del campo. A che serve rivangare il passato?

Ora Catullo è a Sirmione, sul lago. Di fronte al bellissimo paesaggio che gli si offre ogni giorno, il suo affanno sembra placarsi. Ascolta cantare gli usignoli e prega gli dei che gli ridiano la salute. Ma in fondo non ha più voglia di vivere. Se scava nel proprio cuore vi trova Clodia e sempre Clodia.

E allora a che vale illudersi? Meglio raggiungere il mondo cieco delle ombre da cui non si ritorna mai più.

E un giorno, in silenzio, se ne va. È tanto giovane ancora che negli ultimi istanti, prima di chiudere gli occhi per sempre, gli pare di avere vissuto solo un breve sogno. Ma è il destino dei poeti come lui, creature non adatte a lottare e a vincere in un mondo che vede trionfanti i Marco Celio Rufo e le Clodia; un mondo dove si può essere abbandonati, simili davvero a un fiore reciso, sul bordo di un campo o di una strada.

Le notizie certe. sulla vita dl Gaio Valerio Catullo, sono pochissime. Con sicurezza si sa solo ch’egli nacque a Verona verso 1’87 a. C. e che morì nel 54, forse nella villa paterna di Sirmione. Visse dunque all’incirca trentatré anni. Tutte le altre notizie sono tratte dalle sue poesie e perciò si prestano a interpretazioni spesso contrastanti. Quanto alla donna che egli cantò sotto il nome di Lesbia. ormai quasi tutti gli studiosi sono concordi nell’identificarla con CIO. dia. la bellissima aristocratica di cui Cicerone ci ha lasciato un ritratto moralmente poco lusinghiero. ma capace di spiegare la terribile infatuazione del poeta.

LA SUA POESIA

Catullo è il più grande poeta lirico latino e uno dei massimi d’ogni tempo. Egli cantò l’amore in tutte le sue sfumature: accenti teneri e delicati si alternano a espressioni di brutale violenza, a momenti di appassionata esaltazione seguono sfoghi di sconsolata tristezza. Ma egli fece sempre dei suoi versi lo specchio fedele del cuore; perciò ogni sua parola ha il sapore della sincerità. L’amore per Lesbia è certamente il tema dominante della poesia di Catullo, ma non è il solo: altre poesie cantano l’amicizia disinteressata o vibrano dell’odio contro i rivali, talvolta narrano brevi avventure sensuali con molta libertà e spregiudicatezza di linguaggio. Ma il «vero», grande Catullo resta il poeta dell’amore assoluto, della passione che brucia il cuore come una fiamma immortale.

 

[Testo di autore ignoto ritrovato tra varie scartoffie in soffitta]