Maria Sofia di Baviera

di Edoardo Colombari

In quell’avventura eroica e romantica che fu il nostro Risorgimento, manca una grande figura femminile. Infatti, se togliamo Anita Garibaldi, presto scomparsa dalla ribalta, i personaggi che dominano la scena sono esclusivamente maschili.

Eppure, in quel tempo, in Italia, visse una eroina perfettamente in grado di infiammare i cuori e le fantasie, tanto è vero che le sue gesta furono paragonate a quelle di Giovanna d’Arco. Ma fu breve gloria. Passati i giorni dell’epopea, un lungo silenzio circondò la figura della donna che aveva saputo, col suo coraggio e la sua bellezza, suscitare l’ammirazione dell’intera Europa e dei suoi stessi diretti avversari. E del resto un simile rapido declino era inevitabile, perché l’eroina di cui parliamo si trovò a militare dalla parte sbagliata e i vincitori non potevano permettere che durasse il suo mito, così com’era stato creato sugli spalti insanguinati della fortezza di Gaeta, assediata da ogni parte dai soldati di Vittorio Emanuele II.

La sposa di Franceschiello

Giovanissima. intelligente, la testa piena di sogni romantici, Maria Sofia di Baviera aveva ereditato il fascino del padre, Massimiliano, considerato l’uomo più bello d’Europa. Ma ciò che nessuno avrebbe immaginato in lei, era un carattere fermo, virile, e uno spavaldo disprezzo del pericolo: due qualità che balzarono in piena luce quando scoccò ora della verità • e che servirono a dare un momento di epopea al malinconico tramonto della dinastia borbonica. Certo, se avesse potuto prevedere il futuro, Maria Sofia non avrebbe accettato di andare sposa al figlio di Ferdinando II e di Maria Cristina di Savoia: un giovane timido, riservato, che i sudditi chiamavano, con un diminutivo leggermente ironico, Franceschiello. Dopo tutto, aveva solo diciotto anni, molti principi aspiravano alla sua mano, avrebbe dunque potuto aspettare.

Invece rispose di sì alla domanda che le veniva dalla Corte di Napoli e, dopo un matrimonio celebrato per procura, nel gennaio del 1859 s’imbarcò a Trieste diretta a Bari, dove avrebbe incontrato lo sposo che finora aveva visto solo in fotografia. E non le era dispiaciuto, in fondo.

Un trono in pericolo

Maria Sofia non s’intendeva di politica. Ella ignorava, perciò, che quello che l’attendeva era un trono malsicuro, minacciato dalla rivoluzione che serpeggiava in ogni parte d’Italia. D’altra parte, non pensava di dover diventare regina molto presto, dato che il suocero, Ferdinando II, era appena cinquantenne.

Ma il destino aveva disposto altrimenti. Per renderle omaggio e per suscitare un moto di simpatia intorno alla propria famiglia, il re volle accompagnare il figlio che si recava ad accogliere 1a giovane sposa. Il maltempo e il pessimo stato delle strade trasformarono il viaggio in una penosa avventura, cosicché egli giunse infine a Bari letteralmente sfinito. L’incontro fra i due giovani sposi non avvenne perciò in un’atmosfera gioiosa. Delusa e amareggiata, Maria Sofia avrebbe voluto tornarsene subito nel Nord, cercare magari rifugio alla Corte della sorella Elisabetta, l’imperatrice d’Austria. Ma una fuga era assurda e impossibile; bisognava accettare la propria sorte. E la giovanissima principessa; che Gabriele D’Annunzio chiamerà l’aquiletta bavara non trovò di meglio che riversare tutte le sue attenzioni sul canarino, che aveva portato con sé dalla casa paterna.

Il viaggio per mare da Bari a Napoli e quello in carrozza fino alla reggia di Caserta furono tristi per le cattive condizioni del re. Ferdinando II, infatti, mori poco dopo, nel maggio di quello stesso anno. Maria Sofia, che aveva contato su un lungo tirocinio. prima di diventare regina, si trovò, quasi da un giorno all’altro, a sedere sul trono di Napoli. Accanto aveva un marito abulico e riservato, che non era ancora riuscito a scaldarle il cuore. Per fortuna c’erano i cognati, figli della seconda moglie di Ferdinando II, l’austriaca Maria Teresa, che pensavano a far divertire la giovane regina, organizzando battute di caccia e balli. Bei ragazzi, allegri e buontemponi, essi avevano pianto il padre lo stretto necessario, ma poi avevano ritenuto opportuno mettere da parte ogni malinconia. E con che gioia Maria Sofia si univa ai loro scherzi, quando si trattava di rendere meno pesante l’atmosfera della Corte! Non a caso, durante il viaggio da Trieste a Bari, ella aveva sbalordito i marinai con la sua spregiudicatezza, fumando il sigaro e sparando agli uccelli marini con una grossa carabina che si era fatta regalare dal padre.

Splendida amazzone, ottima nuotatrice, Maria Sofia fece di tutto per farsi vedere e ammirare dal suo popolo. Anche se i rapporti col marito continuavano a essere poco soddisfacenti, volle dare di sé un’immagine allegra e spensierata e ci riuscì alla perfezione. In realtà quello fu per lei un periodo di serenità che però doveva durare soltanto una breve stagione.

L’eroina di Gaeta

L’anno dopo, il 1860 Garibaldi sbarcava in Sicilia; conquistò in breve tempo tutta l’isola, quindi passò in Calabria e mosse alla conquista di Napoli. Che fare? Francesco II era incerto, non si fidava dell’esercito, non aveva fiducia in sé stesso e nel popolo. Invano Maria Sofia lo esortò a mettersi alla testa delle truppe e a marciare contro l’invasore. Il re decise invece di abbandonare la capitale.

Nel tardo pomeriggio del 6 settembre 1860, mentre la città si preparava freneticamente a festeggiare Piedigrotta, Francesco II e Maria Sofia abbandonarono Napoli a bordo della nave Messaggero. Andarono a rifugiarsi nella piazzaforte di Gaeta, scelta per un estremo tentativo di resistenza e per un eventuale contrattacco in vista della riconquista del regno. Ma le sorti della dinastia borbonica erano ormai segnate. Un ultimo, disperato attacco delle forze borboniche fu stroncato da Garibaldi sul Volturno. Francesco II si vide costretto a rinchiudersi nella fortezza di Gaeta, che, grazie alla protezione della flotta francese, poteva ancora essere rifornita dal mare. Intanto, a sostituire i garibaldini, erano giunte, con le loro artiglierie, le truppe regolari di Vittorio Emanuele II; queste strinsero d’assedio la fortezza e iniziarono un violento bombardamento.

Ed è proprio a questo punto che nasce la leggenda della giovanissima regina che, novella Giovanna d’Arco, si batte alla testa dei suoi uomini. Benché ufficialmente si sia assunta solo il compito di curare i feriti e gli ammalati, ella compare all’improvviso là dove più intenso è il pericolo, sfida la morte cento volte al giorno, par quasi che vada spavaldamente in cerca di una fine eroica.

Esperta cavallerizza, si sposta di continuo da un punto all’altro della fortezza, diviene il simbolo vivente della resistenza. Impressionato, lo stesso avversario, il generale Cialdini, fa chiedere a Francesco II di indicargli preventivamente i luoghi dove si recherà la moglie affinché egli possa risparmiarla. Naturalmente, la risposta è un rifiuto. Allora il comandante piemontese dà ai suoi artiglieri un ordine che contravviene a tutte le leggi della guerra:

Non sparate dove appare l’Augusta Signora!

I soldati fanno del loro meglio per rispettare l’assurda consegna. Essi tuttavia non possono impedire che molte bombe cadano proprio vicino alla regina, che dal canto suo sembra stregata, invulnerabile. Una volta un proiettile manda in frantumi i vetri di una finestra presso la quale ella si è appoggiata. Temendo il peggio, il marchese di Lerma accorre in suo aiuto. Maria Sofia Io accoglie con un sorriso. «Peccato!» esclama «Avrei tanto desiderato ricevere almeno una piccola ferita!»

Un’altra volta, accompagnata dal generale Schumacher, si reca di notte a visitare una batteria posta di fronte al mare. Vi nel momento preciso in cui una bomba piemontese va a cadere ai piedi del bastione, sollevando un’ondata d’acqua che la bagna tutta. Essa se la scrolla di dosso, dicendo: «Coraggio, soldati: questo è il battesimo della vittoria!»

Ma quello degli assediati di Gaeta è un eroismo inutile; un vero atto di follia. Mentre i cannoni di Cialdini smantellano la piazzaforte, la flotta francese si ritira. Invano Maria Sofia spera nell’intervento delle altre potenze europee, e specialmente dell’Austria. Solo pochi militari arrivano a Gaeta per combattere accanto all’aquiletta bavara. E finalmente il destino si compie. Il 13 febbraio 1861 viene firmato l’atto di resa della piazzaforte e il giorno dopo, alle sette del mattino, i sovrani di Napoli s’imbarcano sulla corvetta francese La Muette e partono alla volta di Roma.

Per Maria Sofia cominciava la lunga vita dell’esilio. La splendida era terminata. E su di essa i Vincitori fecero di tutto per stendere una cortina di silenzio.

Con la caduta di Gaeta, Maria Sofia esce praticamente dalla storia. II resto della sua vita appartiene alla cronaca privata. Ed è una cronaca malinconica, se si eccettua una breve avventura d’amore. A ogni modo, è certo che fino all’ultimo ella guardò con nostalgia e rimpianto ai giorni in cui rischiava spavaldamente la vita per un trono ormai perduto. Mori nel 1925.

L’idillio romano

Maria Sofia, l’eroica donna che aveva sfidato i durante la battaglia di Gaeta per restare a fianco del marito e incitare i soldati al combattimento, divenne a Roma, prima tappa del suo lungo esilio con Francesco II, l’oggetto dei pettegolezzi dei salotti aristocratici della città. Al suo amore per il conte Armando di Lawayss, brillante ufficiale pontificio, le cronache del tempo danno infatti il sapore di un grosso scandalo che la stessa Maria Sofia non fece niente per soffocare.

Quasi ogni giorno l’ex regina delle due Sicilie soli  incontrarsi trarsi con il giovane ufficiale nei dintorni di Roma per sostare con lui in uno degli sperduti cascinali della dolce campagna romana o per fare insieme lunghe passeggiate a cavallo.

Spesso, avvalendosi della complicità di una cameriera di corte, il conte di Lawayss raggiungeva la regina nei suoi appartamenti. Da questa relazione nacquero due gemelle, di cui i biografi di corte ebbero più tardi a occuparsi per accertare la vera origine: Daisy, che mori in tenera età, e Maria Luisa. che venne fatta passare per la figlia del fratello di Maria Sofia.

Alcune notizie storiche

Quando nel 1783 Carlo III di Spagna divenne re delle due Sicilie, iniziò a Napoli la dinastia dei Borboni, il cui regno, a eccezione del periodo napoleonico, durò ininterrottamente molti anni.

Il 22 maggio 1859 sali sul trono borbonico Francesco II, quattro mesi prima aveva sposato Maria Sofia di Wittelsbach. Maria Sofia era figlia del re di Baviera Massimiliano II e sorella dell’imperatrice d’Austria Elisabetta (1837—1898). Con l’entrata di Garibaldi a Napoli e la partenza del re Francesco II per Gaeta (6 settembre 1860) ebbe definitivamente termine il regno dei Borboni in Italia.

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