La più famosa storia d’amore: Giulietta e Romeo

di Marco Mancini

Mai una storia è stata di tanto dolore quanto questa di Romeo e Giulietta… con queste parole finisce la famosa tragedia di Shakespeare.

Parole giuste, ma noi potremmo aggiungere: Mai una storia è stata di tanto amore quanto questa di Giulietta e del suo Romeo Amore e dolore insieme che fanno delta tragica vicenda dei due amanti di Verona la più incantevole e famosa storia d’amore di tutti i tempi.

Shakespeare la compose dal 1592 al 1596, quand’era giovane ancora e pieno di sogni, di passione, di entusiasmo. Sono talmente belle e vere te scene d’amore di Romeo and Juliet e, che certo Shakespeare in quegli anni doveva essere perdutamente innamorato di qualche giovane e graziosa ragazza di Londra: e forse egli poneva in bocca ai suoi due personaggi le stesse parole d’amore che diceva, o avrebbe voluto dire, alla fanciulla amata.

Ma ascoltiamo, dunque, questo Shakespeare Romeo mentre parla teneramente con la sua Giulietta nella stupenda scena dell’addio:

(Nel giardino dei Capuleti: Romeo e Giulietta si affacciano al davanzale della finestra.)

Giulietta: Te ne vuoi già andare? Non è ancora giorno: era il canto d’un usignolo e non di un’allodola a ferirti il trepido orecchio. Di notte l’usignolo canta su quel melograno; credi a me, amore, era l’usignolo.

Romeo: No, era l’allodola, foriera del giorno; non era l’usignolo. Guarda, amore, come quelle strisce laggiù a oriente tagliano invidiose te nuvole. Le faci della notte si sono ormai consumate e in punta di piedi il giocondo mattino s’è. levato sulle cime nebbiose delle montagne. Devo andarmene e vivere, o rimanere e morire.

Giulietta: Quella luce non è la luce del giorno, lo so; è una meteora irrag giata dal sole perché ti faccia da torcia e ti rischiari la strada che farai fino a Mantova. Rimani dunque, non devi andartene.

Romeo: Lascia che mi prendano, lascia che mi uccidano: se tu vuoi che sia cosi, io ne sono contento.

E dico anch’io che quel lucore laggiù non è rocchio del mattino ma un pallido riflesso del volto di Diana, e che quelle note che risuonano tanto alte sopra noi, nel firmamento, non sono dell’allodola. Ho più desiderio di rimanere che voglia di andarmene. Vieni o morte, e sii la benvenuta! Giulietta stessa vuole cosi. Va bene, anima mia? Discorriamo, non è ancora giorno.

Giulietta: Si, si, è giorno; corri via, vattene, subito! È l’allodola a cantare cosi stonata, sforzando aspre dissonanze e sgradevoli acuti. Dicono che l’allodola canti dolci melodie. ma questa è amara perché divide te da me; dicono che l’allodola e il ripugnante rospo si siano scambiati gli occhi; adesso mi sembra che si siano scambiate anche te voci poiché è questa voce a staccarci, spauriti, l’una dalle braccia dell’altro; allontanando te e ridestando il giorno. Vattene, vattene! C’è sempre più luce.

Romeo: Più e più luce è net cielo, più e più buio è dentro di noi.

 

(da: W. Shakespeare – Giulietta e Romeo – Atto III, scena V – Trad. di —P. Ojetti – Ed. Rizzoli)

 

La semplicità del genio

Lo stile di Shakespeare ha la naturalezza del genio. II suo segreto è la grande semplicità. Usando un linguaggio privo di espressioni oscure e di immagini stravaganti egli riesce a esprimere concetti profondi e veri. Le sue espressioni, molto poetiche: «Di notte l’usignolo canta su quel melograno oppure «le strisce che tagliano invidiose le nuvole e tante altre», sono limpide, armoniose, comprensibili a chiunque.

II delicato inizio dl questo famoso dialogo, con il rapido susseguirsi delle splendide immagini poetiche, è uno degli esempi più alti del teatro universale. Osserviamo come sono vere le parole con cui Giulietta cerca disperatamente di ingannare sé stessa e l’amante per trattenerlo ancora un poco presso di sé; e come è comprensibile, come è umano l’improvviso voltafaccia di Romeo: e dico anch’io che quel lucore laggiù non è l’occhio del mattino… Due innamorati in ogni tempo, non parlerebbero cosi, non si esprimerebbero con le stesse parole dei due candidi e trepidi giovinetti?

Shakespeare ha dato a parole vere, a sentimenti reali una stupenda forma poetica: eppure non c’è una sola parola difficile in tutta l’opera, noi possiamo capire tutto, condividere l’esaltazione inebriante che si accompagna al sorgere dell’amore nell’animo dei due giovani, sentire l’aria fresca della speranza, della gioia che uniscono Romeo e Giulietta, pronti all’amore e alla morte. Possiamo lasciarci convincere, trascinare, commuovere. Questi sono i miracoli del genio.

La vicenda

Siamo nel Cinquecento. Le due famiglie più potenti di Verona, i Montecchi e i Capuleti, sono ferocemente nemiche tra loro. Romeo, il figlio del vecchio capofamiglia Montecchi, partecipa mascherato a una festa in casa Capuleti; qui vede per la prima volta Giulietta, la dolcissima giovinetta figlia del vecchio Capuleti e se ne innamora perdutamente. Dopo 1a festa Romeo si nasconde sotto il balcone di Giulietta con la speranza di rivederla. La sua attesa non è delusa; infatti, poco dopo, egli sente la fanciulla che parla a voce alta con sé stessa: sicura di non essere ascoltata da nessuno, essa confessa trepidamente di avere visto e riconosciuto il giovane Montecchi, e di essersi innamorata di lui: ma il suo amore è senza speranza perché Romeo porta il cognome degli odiati nemici. Romeo, pazzo di felicità, esce dal suo nascondiglio, le parla appassionatamente e in una bellissima scena d’amore la convince a sposarlo in segreto. II giorno seguente, infatti, i due giovani si sposano, con l’aiuto di frate Lorenzo. Ma attorno ai due innamorati si va preparando la tragedia.

Tebaldo, cugino di Giulietta, furioso perché ha saputo che Romeo ha osato partecipare alla festa dei Capuleti, incontrando Mercuzio, un prode amico di Romeo, Io provoca per giungere alla lite. Romeo interviene per porre pace e Tebaldo insulta anche lui e Io invita a battersi. Ma Romeo, che non è più capace di odiare i Capuleti, rifiuta. Mercuzio non comprende la passività di Romeo, poiché ignora da quali nuovi rapporti il giovane sia legato alla famiglia rivale; raccoglie lui la sfida di Tebaldo, e i due si battono. Romeo tenta invano di dividerli, e anzi in questo tentativo ostacola l’amico, cosi che Tebaldo può ucciderlo. Romeo, vedendo cadere l’amatissimo Mercuzio, non è più capace di trattenersi: estrae la spada, si avventa su Tebaldo e lo trafigge.

La tragica macchina della fatalità si è messa in moto. Per l’uccisione di Tebaldo, Romeo viene condannato all’esilio. Trascorre una breve, struggente e disperata notte con Giulietta e la mattina seguente all’alba lascia Verona. Intanto il vecchio Capuleti, il quale non sa che la figlia è già sposata con Romeo, decide che Giulietta debba sposare immediatamente suo cugino Paride; le proteste e i pianti della fanciulla non servono a nulla: vengono disposti i preparativi per le nozze.

Giulietta è disperata, ma frate Lorenzo le viene in aiuto suggerendole di prendere un potente narcotico, che la farà cadere come morta per quaranta ore; egli nel frattempo avviserà Romeo dello stratagemma e il giovane potrà venire a toglierla dal sepolcro.

La vigilia delle nozze, Giulietta, trepida ma coraggiosa, mette in atto la prima parte del piano stabilito e prende il narcotico. Subito stramazza al suolo.

Per la grande casa passa un senso di orrore; Giulietta è morta! Piangendo amarissime lacrime, i familiari portano nel sepolcro il suo corpo apparentemente senza vita, vestito ancora dell’abito di nozze.

Ed ecco ancora la fatalità: il frate che avrebbe dovuto avvisare Romeo, non riesce a raggiungere il giovane; a Romeo giunge invece la terribile notizia della morte di Giulietta. Stroncato dal dolore, parte immediatamente per recarsi presso la giovane sposa e morire vicino a lei.

Davanti al sepolcro, Romeo s’incontra con il promesso sposo, Paride. I due uomini, entrambi disperati, si guardano negli occhi; ma Romeo è come pazzo; egli ora è solo amore per Giulietta e odio per tutto il resto del mondo: estrae improvvisamente la spada e uccide Paride. Poi bacia per l’ultima volta Giulietta che giace, fredda e bellissima, nella tomba ancora aperta; osserva con struggente, disperato amore quel viso immobile che non gli sorriderà mai più. Perché continuare a vivere? Lucidamente, senza esitazioni, beve un veleno che ha portato con sé e muore, vicino alla donna che ama più della vita. Poco dopo Giulietta si risveglia; i suoi occhi si aprono sul terribile spettacolo: Romeo, con la coppa del veleno in mano, è presso di lei, ormai cadavere. Anche lei quindi non ha più motivo di vivere: afferra un pugnale, e dopo avere detto ancora una volta con straziante tenerezza il suo amore a Romeo, si immerge la lama nel petto. I due giovani sono vicini, finalmente uniti per sempre.

La tragedia finisce con il racconto di questa duplice e terribile morte, fatto dal frate e dal paggio di Paride alle famiglie riunite dei Capuleti e dei Montecchi. II comune dolore e una doppia pietà di fronte alla tragica fine dei loro figli, Romeo e Giulietta, morti per amore, servirà alla loro riconciliazione.

Arte e poesia

Mai come in Giulietta e Romeo l’amore, nel suo misterioso intrecciarsi di sogno e di passione, di speranza e di angoscia, è stato rappresentato con tanta suggestione.

Soltanto in qualche grande poesia è possibile ritrovare tanta dolce intensità. Shakespeare era anche poeta e in questa favola egli ha concentrato purezza lirica, melodia espressiva, originalità d’immagini, come in una lunghissima, splendente poesia.

Vi invitiamo a fare questa osservazione: la storia narrata da Shakespeare è una vicenda artificiosa e melodrammatica: l’ambiente descrive la vita della nobiltà italiana del secolo XVI secondo te regole di un machiavellismo di maniera; il destino è crudele al di là di ogni misura con i due giovani, le uccisioni si susseguono a ritmo impressionante, il finale è a sorpresa. Eppure, leggendo Giulietta e Romeo noi non ci accorgiamo di tutto ciò e partecipiamo e ci commoviamo alla vicenda dei due giovani sposi. Perché?

Perché c’è l’invenzione poetica; perché Shakespeare ha rivestito di Stupenda poesia una trama macchinosa e ne ha fatto un’opera d’arte. Noi leggiamo commossi, partecipi, la storia dei due innamorati e sentiamo dentro di noi che è così che è vero perché è vero l’amore: tutto il resto non conta.

Dopo Giulietta e Romeo Shakespeare creò opere fortemente drammatiche, opere storiche, opere comiche; la sua esplorazione dell’animo umano con tutti i sentimenti e le passioni che lo agitano, non ha conosciuto limiti (e certe sue battute, certe immagini, alcuni suoi pensieri sono giunti sino a noi con l’incisiva potenza dei proverbi), ma quest’opera giovanile, anche di fronte alle grandi opere delta maturità, resta poeticamente insuperata.

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Romeo e Giulietta di Francesco Hayez