LE PORTE PIÙ BELLE DEL MONDO

di S.P.

L’incoronazione di papa Bonifacio VIII, nell’anno 1295, era presente a Roma, in qualità di ambasciatori, dodici Fiorentini. Uno solo di essi rappresentava effettivamente la città di Firenze; gli altri undici rappresentavano i più disparati paesi e sovrani: perfino il Gran Khan dei Tartari era rappresentato da un Fiorentino. Notando lo strano fenomeno, il pontefice esclamò: Macché quattro elementi della natura! Sono cinque: aria, terra, acqua, fuoco e… Fiorentini!

E davvero, in quegli anni intorno al 1300, sembrava che nessuno potesse fare a meno dei cittadini di Firenze. Erano in anticipo su tutto il resto del mondo occidentale, in politica come nelle finanze, nell’industria come nelle lettere e nelle arti. La piccola città di un tempo si era andata rapidamente sviluppando e aveva ormai oltrepassato l’antica cerchia delle mura. Il commercio era assai prospero, ferveva l’attività edilizia, i prodotti dell’artigianato fiorentino erano famosi in tutto il mondo.

In questo clima di prosperità e di benessere, la città aveva cominciato a farsi bella s, arricchendosi di monumenti e di opere d’arte. Fu allora che si pensò di dare nuove porte al Battistero.

IL CONCORSO

Passarono una sessantina d’anni prima che i Fiorentini potessero occuparsi degli altri portali del Battistero. Nella seconda metà del Trecento, infatti, la città fu colpita da una terribile pestilenza; inoltre, lotte e disordini politici si susseguirono senza interruzione (nel 1378 ci fu una vera e propria insurrezione popolare).

Finalmente, nel 1401, venne bandito un concorso: i candidati dovevano presentare una formella sul tema Abramo che sacrifica Isacco La cittadinanza fece un vero e proprio « tifo » per l’uno o per l’altro dei concorrenti. L’attesa era vivissima. Infine, fu dichiarato vincitore un giovane artista, Lorenzo Ghiberti. In effetti, la formella del Ghiberti era più aderente al gusto dell’epoca.

Il “Bel San Giovanni”.

Questo antico e venerabile edificio occupava un posto speciale nel cuore dei Fiorentini. Con affetto evidente e sincero, Dante 10 chiamò il mio bel San Giovanni Non bisogna dimenticare che, a quei tempi, il battistero era il centro della vita religiosa delle città. Il battesimo, infatti, non veniva celebrato, come oggi, in forma privata, ma era una vera e propria cerimonia pubblica. Tutti i battezzandi, in alcuni casi già adulti, ricevevano il Sacramento nei giorni di Sabato Santo e di Pentecoste. Essi venivano battezzati per immersione perciò il fonte battesimale era di vaste proporzioni, simile a una vasca. Non si tenevano registri delle nascite. Per ciascun battezzato si deponeva invece una fava.

LA PRIMA PORTA

Si decise dunque di fare una bella porta per il bel San Giovanni. Quelle esistenti erano vecchie, in legno, ormai troppo modeste. Tra l’altro, il Battistero di Pisa, città antagonista, le aveva di bronzo. L’ambiziosa Firenze, che già si avviava ad avere definitivamente la meglio sulla rivale, non poteva rimanere indietro. Il campanilismo, comunque, non influì sullo spirito realistico dei Fiorentini. L’opera, oltre che impegnativa, era costosa: occorreva un artista sicuro. E poiché i migliori scultori erano Pisani, lo si andò a cercare a Pisa. Il prescelto fu Andrea di Ser Ugolino, poi conosciuto come Andrea Pisano. Questi ideò per la porta uno schema molto semplice, austero e armonioso, dividendo ogni battente in quattordici riquadri. Le figure non si addentrano in profonde nicchie, ma restano alla superficie, sullo sfondo di paesaggi appena accennati: una rupe, un sasso, un’onda. I personaggi, dorati, sono sorretti da piccole mensole: sembrano attori che recitino su un nudo palcoscenico un dramma commovente e meraviglioso. I Fiorentini ne rimasero incantati. L’opera venne collocata, nel 1338, al posto d’onore, sul lato di fronte al Duomo.

LA SECONDA PORTA

Come voleva l’ordinazione, Lorenzo si uniformò allo schema ideato da Andrea Pisano e si ispirò al suo stile. Le formelle della seconda porta sono ventotto, di cui venti illustrano la vita di Cristo e otto rappresentano figure di evangelisti e padri della chiesa. Alcuni elementi, ad esempio una certa rigidezza nelle figure e nelle linee dei panneggi, sono tipici del gotico, tuttavia c’è in quest’opera il gusto raffinato che già, agli inizi del Quattrocento, annunziava il Rinascimento. Affacciato a una cornice, tra altri personaggi, il Ghiberti ha scolpito il proprio volto: glabro, rotondo, dall’espressione concentrata e severa. Non è più la rappresentazione gotica di un tipo, ma la reale sembianza di un uomo. L’opera piacque moltissimo ai cittadini di Firenze. Essi avevano ora un motivo di più per andar orgogliosi del loro «Bel San Giovanni»

LA TERZA PORTA

Le due grandi porte, con le loro splendide raffigurazioni, attiravano l’interesse popolare, non solo perché soddisfacevano il sentimento religioso, allora profondissimo, ma perché costituivano una specie di storia illustrata. Non bisogna dimenticare che, a -quel tempo, il popolo aveva molta familiarità con la storia sacra. Quasi ogni giorno si tenevano sermoni, sia in chiesa che nelle pubbliche piazze, e i fedeli vi assistevano numerosi. I predicatori usavano un linguaggio colorito, che colpiva soprattutto l’immaginazione dei semplici: a essi gli episodi della Bibbia e del Vangelo apparivano come una serie di racconti meravigliosi. E ora se li trovavano davanti agli occhi, uno dopo l’altro, nei riquadri bronzei e dorati delle porte del Battistero!

Il successo ottenuto dal Ghiberti con la seconda porta incoraggiò i Fiorentini a commissionargli anche la terza.

Questa volta, egli abbandonò Io schema di Andrea Pisano, dividendo ciascun battente in cinque riquadri. Ognuno comprende diversi episodi di una stessa storia, il Vecchio Testamento, illustrati in modo molto vivace e con grande ricchezza di particolari. Le figure hanno degli atteggiamenti naturali e sembrano in movimento sullo sfondo di ampi paesaggi e di monumentali edifici. II Ghiberti applica, qui, le leggi della prospettiva recentemente scoperte, che creano un senso di profondità.

La luce gioca sulle scene, interamente dorate, rendendole preziose, trasportandole in un clima favoloso e suggestivo. Le scene sono delimitate da una sottile cornice in bronzo, che crea un effetto singolare: ogni formella diventa un piccolo quadro a sé. Per ventisette anni il grande scultore lavorò a questa porta, che venne inaugurata nel 1452. II vecchio artista settantaquattrenne coronava cosi, trionfalmente, la propria esistenza; moriva tre anni dopo, nel 1455. La porta sostituì al posto d’onore, nel lato verso il Duomo, quella di Andrea Pisano, che venne spostata nel portale a sud. Nessuno dei Fiorentini, sempre pronti a criticare tutto, trovò da ridire sulla sostituzione. Anche il grande Michelangelo si recò ad ammirare la nuova porta. Subito gli fu chiesto se la trovava bella: «È tanto bella rispose che starebbe bene alle porte del Paradiso!

E questo appellativo, Porta del Paradiso, rimane per sempre legato all’ultima fatica del Ghiberti, ne poteva essere diversamente, dopo un parere tanto autorevole…