Recensione di “Città Sospesa” di Eduardo Mendoza.

Città sospesa

Recensione di “Città Sospesa” di Eduardo Mendoza.

Sinossi: Uno storico dell’arte sulle tracce di un capolavoro perduto del Siglo de Oro nella Madrid violenta ed esplosiva della metà degli anni Trenta. Nella primavera del 1936, il critico d’arte inglese Anthony Whitelands arriva in treno nella convulsa Madrid sull’orlo della Guerra civile. Lo scopo del viaggio è verificare l’autenticità di un presunto Velázquez appartenente a un amico di José Antonio Primo de Rivera, figlio del generale già dittatore di Spagna. Un’opera il cui immenso valore potrebbe influenzare gli scenari politici in un momento tanto drammatico per il paese. Ma distratto da problemi personali e dai turbolenti incontri amorosi con donne di diversa estrazione sociale, Whitelands non fa troppo caso ai nemici – poliziotti, politici, diplomatici, spie – che sempre più numerosi gli si affollano intorno. Le tragedie della Storia e l’insostenibile leggerezza della commedia umana si mescolano in questo romanzo pessimista e ironico, ambizioso e godibilissimo sulla nascita del fascismo, il potere dell’arte, l’amore e l’avventura. Vincitore del prestigioso Premio Planeta 2010 e per la prima volta tradotto in Italia, Città sospesa seduce il lettore attraverso le straordinarie doti narrative di un protagonista della letteratura spagnola. «Arte e vita, cani e gatti, il genio di Velázquez e truculenti scenari politici in un romanzo davvero grande» – El País

L’AUTORE

Eduardo Mendoza Garriga è nato a Barcellona nel 1943. Il suo stile narrativo, semplice e diretto, ricorre all’uso del linguaggio popolare influenzato da arcaismi e ricercatezze lessicali. Le sue opere sono ricche di personaggi che, sempre rimanendo ai margini della società, la osservano con occhio critico mentre lottano per sopravvivere. L’opera letteraria di Mendoza, inaugurata nel 1975 con la pubblicazione di La verità sul caso Savolta (La verdad sobre el caso Savolta), è generalmente ambientata nella sua città natale, Barcellona, descritta sia in epoche anteriori alla Guerra Civile sia nell’attualità. Nel 2010 è stato insignito del premio Planeta per il suo romanzo Riña de gatos. Madrid 1936 e nel 2016 del premio Cervantes. (Wikipedia)

Se questo libro fosse stato scritto da un esordiente, nessuno l’avrebbe mai pubblicato. Non giustifico per niente tutto il clamore dato dalle testate spagnole, sicuramente più fortunate dell’Italia perché hanno letto un originale non tradotto, che non rispettano neanche la consecutio temporum. C’è un capitolo in un tempo totalmente diverso senza apparente motivazione. La trama si perde nei manierismi dell’autore, negli sfoggi di cultura talmente ampi e frequenti che ci si chiede se per caso si stia leggendo un libro di storia dell’arte invece di un giallo? Thriller? Noir? Non si riesce neppure a catalogare quest’opera perché le pesanti ed inutili descrizioni dei personaggi anche sole comparse soffocano il filo conduttore della storia, mettono in ombra il protagonista e fanno perdere il filo della vicenda ammesso che ce ne sia uno. Se non fosse per la sinossi non si capirebbe neppure in che periodo è ambientato, almeno non prima di metà libro. Le cosiddette “prime trenta pagine” fanno già venire voglia di chiuderlo per sempre, ma la grandezza di Mendoza fa essere fiduciosi e si va avanti. Se voleva dare una lezione di letteratura a Dan Brown non c’è riuscito, purtroppo, perché si è dato la zappa sui piedi da solo. Pagine di descrizioni immense, per carità, pure ben scritte e sicuramente culturalmente elevate, ma totalmente inutili. Un esempio: una scena in cui il protagonista Anthony passa per un corridoio pieno di quadri, ne viene descritto uno nei minimi particolari, essendo dedicato ad un mito greco, viene narrato anche questo … Immaginiamo la stessa scena in un film: 20 minuti di fermo immagine sul quadro e in sottofondo Alberto Angela che racconta il quadro, poi torniamo al protagonista che incontra una bambina? Ragazzina? Non si capisce, ma sicuramente sappiamo bene quanti merletti abbia il vestito che indossa e quante curve le sue trecce. I dialoghi hanno periodi lunghissimi e non aiutano il filo conduttore. Personaggi “a caso” descritti fino alla nausea, sfatando completamente un caposaldo della narrazione di Mendoza, ovvero proprio la capacità di far costruire la narrazione attraverso i personaggi secondari.

Il protagonista delude ed è l’unico che non si riesce ad immaginare come sia fatto, al contrario di chiunque egli incontri, forse è voluto, ma di sicuro non sta bene all’interno di una trama soffocata da lezioni di arte, mitologia, biografia di Velasquez, manierismi descrittivi sovraccarichi di dettagli inutili.

Mi dispiace, ma il libro è illeggibile è lunghissimo e pesantissimo, non ha trama solo esercizi di stile, sfoggi di cultura e c’è il forte sospetto che con quest’opera Mendoza abbia decretato il suo canto del cigno.

Consigliato? Assolutamente no.