Recensione di Teresa Righetti: “Se mi guardo da fuori”

Se mi guardo da fuori
Un esordio delicato e potente sul coraggio di osservare noi stessi con occhi diversi

SINOSSI: A Serena non manca niente per essere felice: ha venticinque anni, una laurea in arrivo, una famiglia che le vuole bene, una casa che era del nonno paterno e dove presto potrà abitare. Nella sua vita tutto può succedere, e invece non succede. Forse perché non sa ancora cosa vuole, qual è il sogno da inseguire, che tipo di donna essere. O forse perché si sente ovunque fuori luogo e inappropriata. E così, mentre resta in questo limbo e aspetta l’illuminazione, lavora come cameriera al Chiosco, dove ogni sera si radunano tutte le categorie umane di Milano, che bevono e ridono e si divertono come se non facessero altro da sempre. Ma in mezzo a loro, la paura di essere invisibile, o semplicemente “poco interessante”, diventa ancora più grande. Fino a quando l’incontro con Leo, un cliente del Chiosco, le porterà una dura conferma – a volte è dietro i sorrisi che si nasconde il dolore – e al tempo stesso la consapevolezza che non serve guardare lontano per trovare persone disposte a prenderci come siamo, anche quando non siamo ancora niente. E così Serena smetterà di osservare, e inizierà a scegliere.

 

b2134662-1ebd-4228-ba35-e4e67f41dafbL’AUTRICE: Teresa Righetti vive a Milano, ha una laurea in Lettere e una discreta esperienza come cameriera.

“Se mi guardo da fuori” è un libro bellissimo, vissuto da dentro e da fuori. Un libro d’esordio perfetto che emoziona, coinvolge e cattura da subito. Si riesce a diventare Serena, la protagonista, dopo due righe e ci si emoziona, impappina, arrabbia e ci si osserva da fuori come lei, perché si riesce ad essere pienamente lei, grazie alla bravura stilistica della Righetti e alla sua creatività, il suo spirito d’osservazione equilibrato alla capacità descrittiva.

Consigliato? Assolutamente sì.

Ma …

Sono perplessa e combattuta su come e cosa aggiungere adesso …

Mi è piaciuto? Indubbiamente sì. La trama è coinvolgente, come ho detto, il titolo è indovinato perfettamente (cosa rara e mai scontata), il lettore s’immedesima con la protagonista immediatamente e si sente come inserito nella sua vita, come scambiato con lei e vive le sue vicende, emozioni, disavventure e turbamenti. Però c’è qualcosa che non mi convince, ma non è irrecuperabile, anzi, dato che si tratta di un libro d’esordio diciamo che alcune pecche veniali possono essere messe a posto e rendere il testo un capolavoro. Davvero.

Andiamo allora a vedere cosa non va: assolutamente negativo l’uso dei trattini, i famosi meno, per i dialoghi, in alcuni casi, nei discorsi secchi addirittura mancanti in chiusura tanto da sembrare elenchi puntati. Personalmente, ho avuto difficoltà a capire dove finisse il discorso e dove continuasse la narrazione, all’inizio sembravano incisi poi, non senza problemi ho capito ma, diciamo che questo sforzo mentale non aiuta la fluidità della lettura e fa perdere il cosiddetto “filo del discorso”. Ho anche pensato, dato che leggevo il formato Kindle, che per qualche motivo che ignoro, sul mio vecchissimo reader  che fa un po’ i capricci; ma poi ho capito che ogni tanto la punteggiatura e la formattazione sono venute meno, ma non per colpa dell’autrice, piuttosto dell’editor e/o correttore di bozze …

Altro piccolo peccato sono le descrizioni dei personaggi: troppe e a volte inutili. Ma, spezzando una lancia a favore di una pratica che aborro in qualunque libro io legga (descrivere fino alla nausea ogni persona che compare sa di Wattpad, sa di ragazzina e profuma d’incompetenza anche a settant’anni e con tutti i vocabolari più forbiti del mondo), in questo caso, a parte essere scritte bene per la stragrande maggioranza, con bei giochi di parole, paragoni e metafore, per almeno i personaggi principali e ai fini della storia narrata sono indovinate e ben inserite, quasi obbligate. Nei restanti casi si cade un po’ nella banalità e nell’inesperienza. Ancora una cosa che si può affinare e perdonare.

Infine, una licenza poetica di cui come sopra c’è un leggero abuso: le ripetizioni rafforzative. In alcuni casi sono interessanti, quasi dovute, perché intensificano l’azione, l’affermazione e l’emozione, in altri sono veri propri errori.

Tuttavia, se non si vogliono prendere questi miei appunti come una critica negativa e distruttiva, invece, come è mia premura, come una critica costruttiva, un «Accidenti, il libro è stupendo peccato per queste cose da aggiustare!» allora si può facilmente capire che lo consiglio vivamente, che è bello, davvero bello, che merita perché è scritto bene e quello che non merita la Righetti è che il suo libro così bello non sia stato curato “da fuori” nel modo giusto.

Ora, probabilmente non mi daranno più libri da recensire, ma per amore di arte e correttezza nei confronti di chi stimo e leggo nelle varie sfaccettature da anni, dagli atlanti alla narrativa, ritengo sia giusto far comprendere dove pecchi l’autore e dove chi doveva mettere mano e correggere delle cose, che chi scrive non è tenuto a sapere. Un vecchio professore che ora non c’è più mi disse: «Lo scrittore scrive, a tutto il resto pensa l’editore». Ecco, in questo caso una leggera tiratina d’orecchie è d’obbligo.