Recensione de “SE I PESCI GUARDASSERO LE STELLE” di Luca Ammirati

Se i pesci guardassero le stelle
Non esistono sogni facili. Esiste solo il coraggio di inseguirli.

di L.Allori

Devo essere sincera: ero partita con l’idea di una recensione diversa durante la lettura dei primi tre quarti o poco più del libro di Luca Ammirati «Se i pesci guardassero le stelle».

Avrei iniziato con una frase dove raccontavo, quando, in una sorta d’intervista su Instagram, mi chiesero se il mio approccio alle recensioni fosse da scrittore o da lettore ed io rispondevo: «Nessuno dei due, io cerco di avere gli occhi dell’editor, del critico, come t’insegnano di fare, sono razionale e impoverirei la lettura se considerassi scritto bene un libro solo come lo farei io» ma avrei anche successivamente ammesso di mentire spudoratamente.

Facciamo un passo indietro, però.

Dal punto di vista “canonico”, quello della mia risposta di cui sopra, il libro di Ammirati è perfetto: storia che funziona e scritta bene, molto bene. Come dico sempre, questo non è del tutto scontato.

Quanto all’aver mentito, l’ammissione di colpa sarebbe stata seguita da «… il libro di Ammirati è bello perché è scritto come l’avrei scritto io» e di questo non posso non essermi accorta. Ma il mio egocentrico narcisismo sarebbe stato appagato per poco, perché lui ha un editore io solo me stessa e questo vale solo a dire che al massimo, io scrivo come scrive lui (anche se sono più vecchia ed è più tempo poco importa, perché come Dorian Grey, il mio ritratto che mi mantiene giovane è l’essere eterno esordiente). Altra cosa, io non mi sarei mai inventata una storia come la sua, e questo è un altro punto a suo favore. Un canestro da 3 a dirla tutta.

Scherzi a parte, lo stile, quel presente storico che dona immediatezza e fa fluire bene la vicenda tanto da sentirti dentro direttamente agli eventi; il racconto in prima persona, con quel senso di cameratismo e complicità che si sviluppa subito verso il protagonista; e le descrizioni brevi ma intense, con un buon uso delle parole condite ogni tanto di qualche nozione storica rendono il tutto qualcosa di semplicemente perfetto.

Detto questo, potrei concludere qui e dire che assolutamente è un libro da leggere per tutti questi motivi.

Giunta a fine libro o cambiato idea.

Tralasciando il mio giudizio pessimo sui ringraziamenti finali che – per tutti quelli che li scrivono così, ovvero, partendo dalla mamma fino all’editore passando per “grazie per avermi votato da casa” stile miss Italia o vincitore di X-Factor – sono una fonte di diabete letterario, restiamo sulla vicenda. Intendiamoci, il libro mi è piaciuto molto, per tutti i motivi già descritti e lo consiglio davvero vivamente a tutti. Resta scritto benissimo, con una sensibilità insolita da parte di un uomo, e con personaggi dalla psicologia ben delineata e terribilmente evocativi. Tanto che mi sono domandata se sia mai stato nella redazione del mio giornale precedente e ne abbia descritto lo staff! La dolcezza della coppia dell’osservatorio, gli amici del cuore di Samuele, tutti personaggi con una vita propria e significativa. Soprattutto, ho trovato fantastici la vicina di casa e il personaggio migliore di tutti: Galileo.

Cosa mi ha fatto cambiare idea?

Alla fine del libro non ho trovato la speranza promessa dalla sinossi, non ho trovato motivi per sperare. Ho provato un’emozione del tutto opposta: l’invidia.

L’invidia di chi ci prova da troppo tempo, di chi sente e comprende fin troppo bene la realtà descritta nella finzione di Emma e Samuele nel libro, ma che non vede il lieto fine e che, anche se va avanti, ha smesso di sognare. Invidia quindi, acida femminile invidia e non speranza. Perché? Forse perché queste cose avvengono solo nei libri a lieto fine? No.

Invidia perché certe cose avvengono, non solo nelle finzioni. Accadono ad altri. Quando succede tu sei lì, spettatore e magari hai anche contribuito a questo successo ma alla fine, chi hai portato sull’altare ti guarda dall’alto dei Cieli e tu, rimani in basso e ti senti abbandonato. Il palcoscenico è sempre di qualcun altro. Anche quando ci arrivi, senti di dover condividere. Invece ti tocca dividere e la tua metà è quella parte che non si vede mai, è al buio.

Ecco il perché della mia è invidia. Samuele, come Luca il suo autore, ha visto il suo sogno realizzarsi. Non ha mai smesso di crederci ma, come cantava Morandi, “Uno su mille ce la fa” e io sono sempre tra i 999.

Così, magari questa recensione non sarà la più originale ma di sicuro è la più sincera. Questo fa di «Sei pesci guardassero le stelle» un libro che smuove gli animi, che cerca di donare speranza, che fa emozionare, o che invita a farlo: sognare, commuoversi, mettersi in gioco nell’arte come nell’amore. Fa riflettere su chi non fantastica più o crede di aver smesso di farlo.