Vi presento: il mio caso umano.

 

Lo volevate. Diciamolo, lo aspettate da tanto tempo, perché oggi se non sei un vero caso umano non sei considerato. Una volta c’era il talento, il curriculum, lo studio. Oggi non più. Oggi ci vuole il caso umano.

Allora, dopo tanto tempo di stigma, vergogna, quel “ma tutto sommato …”, l’orgoglio e gli epiteti di chi ti aveva già catalogata come “malata di mente” grazie e non solo a sporadiche schegge di follia, ecco che ci vuole anche per me un “reale” coming-out della malattia mentale, non più un modo per piangermi addosso, non più una difesa dal cyberharassment, non più uno sfogo più o meno terapeutico, non più una crisi banalmente definita isterica (popolarmente detta “sclero”) ma una vera e propria dichiarazione di quello che sono e che sento.

Lasciamo stare cosa ne pensano gli utenti dei social, i nemici e gli amici travestiti da psichiatri, eccomi qui: senza filtri che fanno sembrare figa, vincente, arrivata, supereroina, quella che vende, che fa, che è quasi “mitica”. Aveva ragione una delle tante pazze peggio di me a dire che sono “grassa, vecchia, brutta, povera e priva di talento”, perché quattro su cinque le aveva prese in pieno. Sull’ultima, ho da ridire alquanto, ed è quel punto dove tutti vogliono battere, la ferita aperta, la piaga su cui infilare e rigirare il dito, possibilmente con una bella unghia lunga e affilata.

Perché lasciare credere che io sia qualcosa che non sono? Quando ho un dannato bisogno di sembrare quella che sono, perché magari, quel caso umano sarebbe accolto da chi m’interessa, non attaccato da chi non capisce o venerato da chi crede il contrario.

Io soffro da dodici anni di qualcosa che è stata definita ufficialmente così: Depressione maggiore in disturbo Bipolare II in associazione con complessa sintomatologia ansiosa. Cefalea Tensiva. Emicrania.

La “complessa sintomatologia ansiosa” comprende: attacchi di panico, svenimenti, perdita della parola, diarrea, nausea, varie sintomatologie intestinali, gonfiori addominali, tremore ecc. Nel disturbo Bipolare II sono annoverati anche gli atti di autolesionismo.

Non posso lavorare, ma non mi danno neanche la pensione d’inabilità. Solo una misera pensione d’invalidità che è sotto i 300€.

Faccio promesse che non posso mantenere, prendo impegni che assolvono altri, non esco se non accompagnata da qualcuno di fidato, ma se posso non farlo, evito. Tralasciare, demandare, rimandare, scappare, nascondersi: questa è la mia vita soprattutto dal 2012 in poi, con alcuni momenti di luce, ma spesso di buio.

L’unico momento in cui questa non-vita mi pare vita è quando scrivo. Ma non do’ mangiare a mia figlia pagine di libri che non posso neanche stampare ma che auto-pubblico su Amazon, anche perché non richiede l’acquisto neanche di una copia di verifica.

Perché, se dessi retta a tutti quelli che dicono che la mia malattia non è una vera malattia, (perché il cervello non è un organo ma un’entità astratta …) allora darei ascolto e motivo a quelle parole: «Pensa a tua figlia!», certo perché non lo faccio mai. Se bastasse l’amore che provo per lei salverei il mondo meglio di Gesù sulla Croce. Tutti felici e redenti, e il pianeta sarebbe anche pulito e florido. Invece no.

Mio padre è morto a 53 anni, non molti di più di quelli che io ho adesso, di cancro all’esofago. Mi dissero, e non stento a crederci, che è morto invocando le “sue bambine”, cioè mia sorella ed io. Ma il suo amore per noi, che in altri casi gli hanno fatto cambiare anche una brutta rotta, non l’ha guarito del tumore. No, eppure entrambe avremmo voluto che bastasse il pensiero a quel sentimento.

Ecco che viene rivelato il primo motivo della mia Depressione. Ma non è il solo. Perché un lutto si supera, ci passiamo tutti prima o poi nella perdita dei genitori e allora tutti sarebbero depressi? No. La perdita di mio padre così prematuramente ha portato la mia vita a fare delle scelte sbagliate. Una di queste un matrimonio andato male, che successivamente ha portato l’idiota di turno a mettermi incinta contro la mia volontà. E quest’ultima frase, ancora ho paura a spiegarla, a raccontarla. Preferisco far credere sia stato un incidente di percorso, perché nel momento in cui questo prende il nome che deve avere, allora, non posso più nascondermi nella fantasia e non posso neanche mantenere quanto avevo detto anche quando avrei dovuto dichiarare tutt’altro.

Così, quella figlia che amo più della mia vita è nata ed ero sola. Mi dissero d’insegnare religione, ma per farlo, dovevo mentire e dire che lei non c’era. Perché una ragazza madre non possa insegnare religione, dovrei averlo capito dopo una laurea e un magistero in scienze religiose, invece, continuo a ripetere le parole della mia amica suora congolese: “Gesù ama la vita”. Così mi hanno punito quando ho smesso di nascondere la mia bambina, non ho più lavorato finché non ho trovato un marito e un padre per mia figlia. Mentre ero sola, proprio quei religiosi tanto perfetti moralmente, non mi hanno aiutata, anzi, uno, addirittura, sperava diventassi la sua puttana; perché si sa, Maddalena sei e lo rimani per sempre, come il loro sacramento dell’Ordine. Peccato che non avessi chiesto io di … no. Non voglio andare oltre.

Perché la mia paura, nel rivelare ancora sulla mia malattia e sul mio dolore è che, come cinque anni fa, dopo un ricovero in ospedale, si scatenino gli assistenti sociali, spunti quel padre “modello” e fuggitivo dalla madre con l’avvocato in tasca e lo psicologo sotto l’ascella e tenti di portarmi via chi, oggi, a 14 anni, con un padre adottivo, e un’intelligenza fuori dal comune, ha anche la forza e la sostanza per rispondere «No, grazie». Lei, che andrà al liceo classico contro di “lui” che ci ha messo sei anni per finire le medie.

Qualcuno dirà: perché non hai scritto un romanzo su questo? Ci ho provato, per una parte l’ho fatto in “Gesù non abita più qui”, ma quella storia è solo una parte, quella dal lieto fine. Anthony e Leda, i miei protagonisti, hanno un lieto fine. Io no.

Eccolo, dunque il caso umano che chiede solo, per chi e cosa l’ha tenuta in vita, di avere una possibilità, perché il mio messaggio, i miei libri possano essere letti da altri, amati da altri. Sono tanti, sono troppi per essere un capriccio e il rischio di diventare un Van Gogh della letteratura per me è un azzardo che non voglio correre. Se quindi, i miei libri non volete pubblicarli perché sono belli, fatelo perché dietro c’è un caso umano vero che, oggi, vende più di una bella storia inventata.